Chiamiamolo come vogliamo ma facciamolo. Adesso.

 

Un’ alleanza democratica del lavoro (si chiami così o no, sia o non sia un “partito”) è un protagonista necessario e possibile dei prossimi mesi. Se non lo sarà, non sarà stato per fatalità. Né si dovrebbe dare per scontato che un leader conosciuto e autorevole – senza essere tirato per la giacca – non trovi le condizioni per dare il suo atteso e specifico apporto.

TINA, There-Is-No-Alternative. Questo il mantra, questa la consegna,questa la dottrina indiscutibile. Il resto, sono reietti. Dobbiamo accettarlo? A questa domanda, forse, la risposta è facile. Ma è più difficile – e più importante – rispondere a un’altra domanda: abbiamo idee chiare su che cosa fare per non accettarlo davvero – ossia, affinché non accada, e accadano invece altre cose?

Il dubbio sorge, per quanto riguarda questo paese, osservando che cosa stia seguendo alla manifestazione del 12 ottobre, e del resto era implicito in molto di ciò che gli oratori dicevano quel giorno, e avevano anticipato nei giorni precedenti. Non si vuole “fare un nuovo partito”? Certamente, dato il modo in cui tentativi di questo genere hanno avuto luogo negli anni scorsi, fino alla vigilia delle ultime elezioni politiche, questa riserva si può comprendere. Il personale politico che ha cercato di operare contro il pensiero dominante durante l’ultimo ventennio  ha avuto i suoi meriti che lo rendono degno di rispettosa gratitudine (che talvolta manca), e ha commesso i suoi errori che lo hanno inevitabilmente logorato, in un periodo così lungo. E questo logoramento sembra toccare in modo significativo gran parte del tessuto organizzativo della sinistra, dove la durezza del sopravvivere, anche nel senso più nobile, inevitabilmente condiziona comportamenti, riflessi, motivazioni immediate.

Il punto, tuttavia, è che non si può resistere efficacemente agli Autorevoli Ammonimenti senza una forza organizzata e riconoscibile che una volta si chiamava partito e oggi si chiamerà come vogliamo, ma sia in grado di perseguire con continuità uno scopo strutturale e permanente, e cercare di realizzarlo, anche tra una manifestazione e l’altra (tra una grande testimonianza e l’altra).  Coloro che hanno costruito e reso possibile il 12 ottobre hanno ancora, in questo senso, una grande responsabilità da onorare. In modo particolare, ciò riguarda la guida dell’organizzazione della sinistra che meno delle altre sembra toccata da quei processi di logoramento, cioè la Fiom. Riguarda anche gran parte dei centri d’iniziativa e di mobilitazione (anche sul terreno potenzialmente decisivo della difesa e dell’attuazione della Costituzione) che spesso mostrano ancora una scarsa capacità di sommare e coordinare le loro energie.

Del resto, anche le energie del 12 ottobre, e quelle dei sindacati di base e dei movimenti scesi in piazza il 18 e 19 ottobre, si sono sommate soltanto in parte, per spontanea iniziativa dei singoli, e in uno stato di reciproco riserbo e di sostanziale estraneità tra i rispettivi tessuti organizzativi e i rispettivi portavoce. Questa situazione non permette alcuna speranza di andare avanti: non quanto la situazione richiede. Perché ciò che la situazione richiede non è soltanto  la faticosa sebbene preziosa riconquista di palmi di territorio (come recentemente per Pomigliano d’Arco, e meno recentemente nella difesa dell’acqua pubblica, già efficacemente contestata dal potere): è la costruzione di una stabile testa di ponte nel cuore del sistema, o meglio ancora di un centro di efficace contaminazione del sistema, che lo invada e lo infetti per una feconda metamorfosi mediante germi di democrazia: democrazia del lavoro e della dignità.

Si può costruire tutto questo anche senza tirare per la giacca chi intenda continuare a fare ciò che fa oggi: il leader sindacale, il dirigente di questa o quella organizzazione politica della sinistra che si sforzi attualmente di tenere al sicuro quanto resta del suo patrimonio di risorse (anche le più nobili), perfino chi ancora non sappia o non voglia chiudere definitivamente i conti  con quella tenue  radiazione di fondo del big bang postcomunista  che gli strumenti più sensibili ancora rilevano nel Pd. Si può intanto partire da un patto trasversale su alcuni precisi “no” (come per esempio ai tagli lineari, a ulteriori privatizzazioni e svendite di patrimonio pubblico, alle cosiddette grandi opere, alle menzogne di guerra) e su alcuni precisi “si” (come per esempio alle priorità d’investimento nel presidio del territorio e di beni pubblici, a un’intransigente  pressione per la riforma dei trattati europei, alla tassazione delle rendite e alla detassazione del lavoro produttivo).  Si può partire, insomma, dalla formazione di una lobby del lavoro che sappia agire e pesare con la stessa implacabile efficacia che la lobby del capitale ha esercitato su tutti i partiti (e specialmente su molti che hanno continuato a definirsi di sinistra) durante l’ultimo quarto di secolo.

Su questa base, è certamente anche possibile (anzi, auspicabile) che un’alternativa sia costruita ed offerta agli elettori quando certamente si voterà, cioè in primavera per le elezioni europee; e tale che serva anche qualora (come è probabile) si debba accettare la sfida contro il cosiddetto “voto utile” se voteremo altrettanto presto in Italia con il porcellum o con qualcosa di simile o di peggiore. Coloro che non desiderano essere tirati per la giacca, e talvolta è bene non lo siano (né che si offrano), possono tuttavia mettersi al servizio di un’espressione e di una rappresentanza di unità e di determinazione che dia fiducia e funzione a quanto di nuovo, di giovane, e di tendenzialmente e generosamente unitario, si manifesti nel ricco e prezioso tessuto di movimenti e di impegno civile che rende ancora vivibile, malgrado tutto, la nostra società. Una tale alleanza democratica del lavoro (potrebbe chiamarsi così) è un protagonista possibile dei prossimi mesi. Se non lo sarà, non sarà stato per fatalità. Né si dovrebbe dare per scontato che un leader conosciuto e autorevole, senza essere tirato per la giacca, non trovi le condizioni per dare il suo atteso e specifico apporto.

Raffaele D’Agata



Categorie:Uncategorized

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: