Saremo ciò che sapremo fare

Come salvare le speranze che crescono intorno a Tsipras da bisogni tardo-adolescenziali di sicurezza identitaria e da ogni evocazione di narcisismi di massa tardo-sessantotteschi.

All’inizio del 2014 ben quattro ormai piccole organizzazioni politiche italiane rivendicano a sé il nome comunista: il Partito della Rifondazione Comunista, il Partito dei Comunisti Italiani, il Partito Comunista dei Lavoratori, e infine quello che sta per assumere tranquillamente la pura e semplice denominazione di Partito Comunista (in ciò che sembra essere un’elevatissima concentrazione di autostima). A una tale abbondanza di offerte di organizzazione politica corrisponde un livello di adesione popolare straordinariamente basso, che contrasta sia con la crescente rilevanza di partiti e movimenti politici di lotta per il lavoro e per la pace in altri paesi dell’Unione Europea sia con la passata presenza in Italia di un partito comunista che fu tra i più influenti e più grandi del mondo, e addirittura il più grande se si considera il rapporto tra il numero di membri e la popolazione del paese.

Ora, non si può spiegare la forza, l’influenza e il prestigio che il PCI seppe ottenere e conservare lungamente senza considerare per prima cosa l’idea togliattiana di un “partito di tipo nuovo” (“di massa” e non semplicemente “di quadri”, come si diceva). Fin dal 1945, sviluppando in modo originale e creativo la generale ondata di fiducia popolare acquistata dai comunisti in Europa per effetto del ruolo dell’URSS nella vittoria dei popoli sul fascismo e del loro eroismo nelle lotte nazionali di resistenza e di liberazione, il PCI si aprì ad accogliere i propri membri sulla semplice base dell’adesione al suo programma, senza richiedere uniformità di convinzioni in tutti i campi e ammettendo invece una pluralità di forme di motivazione culturale.

Ciò riguardava il rapporto con le masse così come il rapporto con gli intellettuali. E fu uno dei più grandi intellettuali del tempo, cioè Thomas Mann, che trovò il modo più chiaro ed efficace per esprimere l’idea di comunismo in cui lo spirito del tempo trovava espressione e rispecchiamento, ed egli stesso dichiarava di riconoscersi: vale a dire, da una parte il “comune diritto al possesso e alla fruizione dei beni della terra”, e dall’altra “il diritto al lavoro e il dovere di lavorare per tutti”. Questi due enunciati sono, oggi, di attualità urgente, universale e determinante. Se non cominceremo presto a fruire dei beni della terra in modo comune, ossia con un forte riferimento a necessità comuni e a limiti comunemente riconosciuti, i nostri figli non avranno una terra dove abitare. Se un numero così alto e crescente di esseri umani reali continueranno ad essere trattati come superflui e relegati in uno stato di miseria materiale e morale insuperabile, l’apparente progresso tecnico sarà reso o irrilevante o mostruoso da un regresso plurimillenario di qualunque forma di civiltà.

Elementi essenziali o germi vitali di comunismo sono perciò impliciti in ogni possibile speranza di futuro che sia non soltanto degno dell’uomo, ma compatibile con l’esistenza stessa del genere umano: siano o non siano riconosciuti e denominati come tali. Parafrasando Croce, si può affermare, con questo senso, che non possiamo non dirci comunisti. Ma a quanti sanno riconoscerlo spetta farlo anche al servizio e per conto di coloro che non lo sanno, o che vedono e definiscono la stessa verità in altro modo e con altre parole, in un rapporto di pieno e reciproco rispetto.

La storia del comunismo italiano insegna proprio questo. Le idee chiave alla base del “partito di tipo nuovo” concepito da Togliatti erano state pensate ed espresse già da Gramsci fin dagli anni della formazione del PCI, dopo i primi passi appesantiti dalla rigida consequenzialità dottrinaria che gli era stata impressa dal suo primo gruppo dirigente. Secondo un’interpretazione abbastanza fondata, cioè, il Partito comunista italiano assunse pienamente la sua identità piuttosto con il congresso di Lione del 1926 che a Livorno nel 1921, anche se quella data resta memorabile come inizio di una storia comune a tutti coloro che lo fecero poi crescere e diventare grande. E il senso della svolta di Lione, che prepara quella togliattiana del “partito di tipo nuovo,” appare da ricercare (perfino più efficacemente e sinteticamente che nel testo delle celebri “Tesi” di quel congresso) in ciò che Gramsci scriveva da Vienna al partito durante la sua polemica contro il dogmatismo bordighiano, criticato in quanto incapace di “suscitare tra le masse la possibilità di esprimersi nello stesso senso del partito comunista”.

Questa frase è carica di insegnamento. L’intuizione di fondo, che appare preziosa oggi, e richiede di essere sviluppata nel contesto di oggi, è che può esserci molto “comunismo implicito” da portare alla luce, e da rendere operante, semplicemente dando spazio e possibilità al suo manifestarsi, costruendo insieme risposte per i bisogni concreti e i sentimenti reali in cui esso consiste, senza preventivamente filtrarli come più o meno conformi a questo o quel complesso di formule dottrinali.

La situazione attuale, in Italia e in Europa, è appunto questa. L’attuale crisi globale si presenta sempre più chiaramente come la più grave nella storia del capitalismo, essendo ormai in procinto di superare la gravità di quella degli anni trenta del Novecento. È dunque una situazione in cui si presentano cose da fare troppo chiare e troppo urgenti, e cose da ostacolare e impedire troppo evidenti e pesanti, per essere trascurate o rimandate ad altra fase. Tutto ciò è largamente riconoscibile e condivisibile da parte di infinitamente più persone di quante mostrano interesse a frequentare le sedi e le iniziative dei piccoli partiti italiani di denominazione comunista oggi esistenti o in via di ulteriore proliferazione, e di quante mostrano tendenza a scegliere i loro simboli nelle consultazioni elettorali tenute nei recenti anni passati. Ma è anche una situazione in cui tutte queste persone, se prive di un’offerta credibile di impresa politica in cui investire positivamente e razionalmente, possono riversare la loro sfiducia o la loro disperazione nella rassegnazione o nella rabbia senza senso: cioè possono accettare passivamente, o addirittura promuovere attivamente, forme più o meno aperte di autoritarismo reazionario di massa che offrano bersagli fittizi (e confusi con ben altro) all’indignazione popolare.

Questo pericolo imminente rende intollerabile lo scandalo persistente della divisione di coloro che si richiamano agli ideali del comunismo e del socialismo in piccoli partiti rivali a loro volta divisi in correnti, e tutti contrapposti gelosamente in atteggiamento di sospettoso pregiudizio verso altre forme di iniziativa nella sfera pubblica che pure dichiarano e spesso praticano opposizione attiva verso le concrete manifestazioni del presente distruttivo dominio del capitalismo globale. Lo speculare pregiudizio nutrito e manifestato in tali forme d’iniziativa rischia di rendere la situazione ancora più bloccata e avvitata su se stessa, senza giustificazioni per nessuno.

Frattanto, alcuni problemi che hanno diviso questi piccoli partiti tra loro nel recente passato hanno perduto rilevanza come anacronistici: in particolare, il problema dei rapporti da stabilire con il cosiddetto centrosinistra. Continuare a discutere di un tale problema significherebbe insistere a credere che qualcosa come un centrosinistra (con cui avere o non avere rapporti) esista davvero (e sia mai, dopotutto,esistito). Se qualcosa di simile dovesse mai realmente comparire in futuro (di cui non ci sono attualmente segni) si potrà ricominciare a parlarne; ma è difficile capire perché se ne discuta ancora. Il denominatore comune dell’unità non può essere costituito a priori da recinti e confini definiti astrattamente prima di muoversi e di vedere. Soltanto prendendo coscienza di ciò che comunemente è riconosciuto come intollerabile, e di ciò che è comunemente riconosciuto come urgente e necessario da fare, è possibile oggi sviluppare una forza estesa e unita, dove nessuna energia sia dispersa e tutte si riconoscano reciprocamente come altrettanto necessarie: iniziative spontanee, esperienze e competenze di lavoro politico organizzato anche professionale, liberi e responsabili percorsi di pensiero, impulsi ed esperienze di lotta quotidiana e immediata per la vita e per la dignità.

Oggi c’è innanzitutto una cosa da fare che non lascia molto spazio per farne altre contemporaneamente: strappare anche qui in Italia vasti moti di coscienza popolare alla morsa della rassegnazione, della disperazione, della rabbia senza senso, e dello stesso fascismo. Abbiamo l’occasione per farlo, fornita dalla possibilità dell’indicazione di un candidato alla presidenza della Commissione Europea nelle liste italiane per il voto europeo di maggio, e dalla presenza di una persona come Alexis Tsipras in questo ruolo.

Tsipras è il contrario di qualunque “antipolitica”. È dirigente di un partito nazionale, e come tale è membro della Sinistra Europea. Ma è appunto l’esempio di una politica buona, non autoreferenziale e chiusa, ma arricchita da uno scambio continuo e aperto con le persone in carne ed ossa, e fondata innanzitutto sul comune discernimento di comuni necessità. È impossibile quindi non riconoscere nella Sinistra Europea il diretto referente organizzativo nel processo di formazione di una lista italiana certamente aperta a stimoli e impulsi autonomi provenienti dal mondo della cultura, del lavoro, dell’impegno civile auto-organizzato. Un comitato dovrebbe essere formato con la missione di garantire la massima efficacia democratica del processo di formazione della lista italiana per Tsipras, e sarebbe bene che i suoi membri, indicati dallo stesso Tsipras, non siano soltanto italiani. Il processo dovrebbe consistere in una consultazione popolare ampia e capillare (cui tuttavia si eviti accuratamente di dare il nome di “primarie”) priva di esclusioni pregiudiziali (come quelle, talvolta ventilate, verso dirigenti o funzionari di partito) che sarebbero semplicemente in contrasto con il principio costituzionale dell’universalità dell’elettorato attivo e passivo.

A quanti oggi sembrano ancora attardarsi in progetti di “unità comunista” che finora non hanno fatto che dividere (e rimpicciolire), non resta che osservare con attenzione questi semplici dati di realtà, che sono (al tempo stesso) duramente impegnativi e molto promettenti. Per prima cosa, il peso della dittatura della finanza globale installata nelle istituzioni europee, da cui le nostre istituzioni nazionali sono attualmente svuotate, risulta ormai intollerabile per la democrazia, qui e adesso; e d’altra parte le istituzioni nazionali non potrebbero che indebolirsi effettivamente su altri fianchi qualora si tentasse oggi di restaurare semplicemente loro forme tradizionali di autonomia. In secondo luogo, l’intollerabilità della situazione mostra già una forte tendenza a produrre moti reazionari di massa di carattere eversivo, ossia anche forme di puro e semplice fascismo.

Chi ritiene che la priorità consista nell’elaborare uno strumento politico perfetto secondo modelli ideali e culturali anche nobili, e poi occuparsi di ciò che sia necessario fare, chiede semplicemente tempo alla storia. Ma la storia non si lascia dettare i tempi delle sue sollecitazioni e delle sue sfide. Un partito nuovo, largamente popolare e chiaro nei suoi orientamenti di fondo, radicato nei valori che furono elaborati dal movimento operaio internazionale del Novecento e capace di interpretarli in relazione alle reali necessità e alle realtà umane e sociali specifiche del nostro tempo, è certamente necessario, e non nel lontano futuro. Ma per riconoscersi in tanti nel suo processo di formazione la domanda da fare non è chi ciascuno sia o come si chiami, né da dove venga; ma, semplicemente, che cosa ciascuno intenda fare per andare dove. E c’è ragione di confidare, oggi, che né pochi né molto tardi lo possono fare, in Europa e in Italia.

Raffaele D’Agata (13.1.2014)



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