Marcia su Roma con cloroformio

 

Il 14 febbraio 2014 (anniversario del decreto Craxi sul trasferimento di ricchezza dal lavoro alla rendita, e di una delle più memorabili imprese di Al Capone), un giovane signore si è autonominato capo del governo licenziando quello in carica senza alcuna osservanza del ruolo che la nostra Costituzione attribuisce al Parlamento per quanto riguarda un tale genere di avvicendamenti, e con il solo ornamento provvisto dalla maggioranza dei voti dei membri della direzione di un partito che aveva già stabilito di non contare più nulla (tanto come direzione quanto come partito) dopo avere delegato le sue normali e democratiche funzioni alla forza elementare di un plebiscito istantaneo e raccogliticcio. Quanto di più delicato e prezioso una repubblica possa avere, cioè le regole dell’attribuzione legittima dei poteri stabilite all’atto della sua fondazione nell’unico patto realmente sancito e impresso nella sua memoria identificante, è stato violato e stracciato in modo inaudito. Tutto questo accade con l’aiuto dell’assordante noncuranza dei più prestigiosi e paludati organi d’informazione (uno dei quali l’ha anche teorizzata e sollecitata); mentre è accompagnato da un coro di lodi sempre più cortigiane e imbarazzanti (non meno che generiche e vuote) tributate al nuovo Unto dalla provvidenza. Infine, tutto ciò ha potuto contare sulla connivenza del peggiore capo dello Stato che la nostra repubblica abbia mai avuto (dedicato da tempo, non per caso,a promuovere e assicurare lo stravolgimento formale e definitivo della sua gloriosa Costituzione).

La vicenda presenta aspetti che possono suggerire il sorriso amaro, indubbiamente. Ma bisogna guardarsi dal concedersi ciò come un farmaco consolatorio. Il giovane signore di cui si parla può certamente stupire per la sua abilità di parlare a lungo e rapidamente senza dire apparentemente nulla, ma non è vero che non ci sia un programma. Il suo programma (e quello dei suoi potenti patroni e ispiratori) è un cambio di regime, per il quale non è più prevista (come veniva agitato pochi mesi fa) una radicale riscrittura del testo letterale della Costituzione, bensì soltanto qualche ritocco sostanzioso ma circoscritto (come quello, apparentemente candido, riguardante la formazione e i poteri del Senato), accompagnato dall’introduzione e dal consolidamento di una quantità di prassi in deroga che trasformino il testo scritto in inerte serbatoio di ritualità non sempre rispettate. Certo, un tale processo è in corso già da tempo, in particolare con l’uso illegale di indicare il nome del capo del governo sulla scheda elettorale e con la legittimazione di una confusione di affari privati e funzioni pubbliche che riporta concettualmente a prima del 1789 e sta alla base di una quantità di prassi e comportamenti largamente condivisi e avallati per tutto il corso del cosiddetto ventennio berlusconiano (anche oltre la questione acuta del conflitto d’interessi dell’uomo di Arcore). Adesso, però, la sostituzione dell’investitura plebiscitaria una tantum alla democrazia parlamentare di partiti voluta dai nostri padri costituenti raggiunge il punto di non ritorno con la piena ed euforica omologazione a tale principio da parte di ciò che è stato lungamente per quanto ambiguamente riconoscibile come il principale partito di opposizione (per quanto blanda e subalterna) al berlusconismo.

Non casualmente, a ciò si accompagna una proposta di riforma elettorale che non riesce affatto a nascondere, se mai lo volesse, il proprio scopo di consolidare il monopolio di potere di un superpartito di regime (falsamente articolato in due poli la cui contrapposizione quasi già dichiara di non essere troppo dissimile da quella che divideva aspramente di giorno i ladri di Pisa). A questo punto l’analogia ormai chiara con le cose accadute in Italia tra il 1922 e il 1925 cambia di qualità. Fin qui, l’operazione in corso oggi, ossia la sostituzione del comando dall’alto (sia pure corroborato da una parziale ed eterogenea mobilitazione di massa) alle forme e ai limiti di garanzia e di effettiva partecipazione assicurati da un regime parlamentare, si distingue per un tasso di violenza diretta pressoché nullo, sostituito dall’azione cloroformizzante di un sistema d’informazione e di comunicazione tra i più asserviti e corrivi dell’intero mondo occidentale. Ma quando si passa alla legge elettorale che dovrebbe ora completare e sigillare il processo, il tasso di residua democraticità della legge Acerbo, voluta da Mussolini nel 1923 per manipolare a favore del regime in costruzione le elezioni politiche previste per l’anno successivo, appare decisamente superiore nel confronto. Il premio di maggioranza, certo, era superiore, e anche la soglia per conquistarlo era inferiore; ma l’intenzione di cacciare definitivamente le opposizioni fuori dal Parlamento non era ancora manifestata e perciò i mezzi necessari (come la soglia di sbarramento alla turca per le liste non omologate al sistema) non erano predisposti.

Uno scatto d’orgoglio, di decenza e di dignità (simile a quello che uomini come Francesco Saverio Nitti, e purtroppo non Giolitti, seppero avere nel 1922) si può forse sperare da parte da parte di questi eletti di questo parlamento nelle liste di questo PD nel momento di dire l’ultimo fatale “sì” (come quello che segnò il destino di Gertrude) quando l’irridente rito dell’investitura parlamentare del giovane signore sarà prossimamente celebrato? Non sappiamo. Ancora più fortemente, però si può chiedere, invocare, sperare, non soltanto e non tanto che i pochi e molto compromessi eredi del PCI che si sentano tali entro quel partito ricordino la lezione di Togliatti circa la preziosa funzione di “specchio del Paese” che un Parlamento deve avere, ma forse ancora più si può invocare e sperare questo: che le cattoliche e i cattolici democratici, entrati una volta nel PD proprio come eredi della migliore DC e come critici di quella peggiore che adesso ritorna, ricordino ciò che Sturzo e Donati pensarono e si sforzarono di dire della legge Acerbo. Tutto sommato, oggi lo sforzo costa meno. L’inquilino del Vaticano (che non a caso preferisce un altro domicilio) si chiama oggi Bergoglio, non Ratti.

Raffaele D’Agata



Categorie:Uncategorized

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