Già in Grecia, ora in Europa, presto in Italia

La lista Tsipras italiana non è Syriza. Non tutto è certo circa il modo in cui gli eletti sapranno e vorranno rispondere al loro mandato. Ma l’importante, adesso e innanzitutto, è che un messaggio basato su punti di programma forti e decisi sia trasmesso anche in Italia da un numero di elettori tale da arrecare molto sconforto ai partiti del regime renzusconiano, così come (dovunque) ai guardiani di questa Europa e di questo capitalismo.

Alcune constatazioni dure, difficili da ammettere, e per questo facili da dimenticare o rimuovere, sono preliminari ad ogni discussione sulle prossime elezioni europee e sul modo di affrontarle mediante la lista Tsipras. È un fatto, innanzitutto, che le istituzioni e le regole dell’Unione Europea, compresa l’elezione del suo Parlamento, fanno parte del regime globale di Restaurazione stabilito nel mondo dopo l’abbattimento delle maggiori realizzazioni e delle posizioni di forza del movimento operaio e democratico internazionale alla fine del secolo scorso. Non casualmente Bruxelles è tanto la sede della maggior parte di queste istituzioni quanto la sede del quartier generale della NATO. E la NATO è semplicemente lo strumento che assicura la massima coerenza interna e il dominio mondiale del blocco di interessi privati, e di apparati fiscali e normativi a base territoriale, storicamente vittorioso da allora e fino al tempo presente. Va da sé che tale blocco aveva escluso fin dal principio, cioè fin dal momento della sua vittoria, di estendere la propria coerenza interna fino a prevenire ogni possibile faglia e conseguente contrapposizione geopolitica; e la stessa continuità della NATO come agente di sicurezza esclusiva anche dopo il 1990 ne costituisce la prova, confermata oltre misura in questi giorni dal conflitto interimperialista che si sviluppa circa l’Ucraina. A sua volta, infine, tale conflitto manifesta in pieno (se ancora servisse) la stretta e per ora inscindibile complementarità tra NATO ed Unione Europea.

Alcuni, tra i democratici più sinceri e coerenti (poco importa se vogliano denominarsi comunisti oppure diversamente), traggono da ciò la conclusione che la lista Tsipras sia una pericolosa illusione nel caso migliore, e nel peggiore un inganno, per varie ragioni tutte sostanzialmente riconducibili a quella constatazione fondamentale. Uno degli argomenti sostenuti a favore di ciò è stato recentemente Il modo in cui la lista dei candidati è stata formata, e in particolare alcune esclusioni percepite a torto o a ragione come discriminatorie verso posizioni più nettamente contrapposte ai partiti “costituzionali” di Strasburgo (come possiamo chiamare quelli che hanno promosso, sostenuto, e tuttora sostengono, i trattati vigenti e soprattutto la loro ideologia sottostante).

Non appare adesso utile addentrarsi in quest’ultimo specifico argomento. Se mai, soltanto una discussione approfondita della questione di fondo può aiutare eventualmente a risolverla e superarla.

Ora, le constatazioni fondamentali di cui sopra sono inoppugnabili, e sarebbe sbagliato fingere che le cose non stiano così (come la sinistra, tutta la sinistra, specialmente in Italia, ha comunque finito per fare quasi costantemente nel corso degli ultimi due decenni). E la campagna per il voto alla lista Tsipras può avere senso ed efficacia di lungo termine soltanto a condizione di vederle e di riconoscerle comunque. Ossia, convincersi e convincere circa la necessità di questo voto e di questa campagna è possibile soltanto se vediamo e sappiamo realizzare la possibilità che un voto massiccio per l’ “altra Europa” si manifesti e pesi senza equivoci come un voto contro “questa” Europa: insomma, come un voto anticapitalista, se riconosciamo il capitalismo nella sua vera essenza (ossia come un blocco antidemocratico di forti interessi privati prevalentemente speculativi, apparati coercitivi aperti e segreti, e apparati di manipolazione della comunicazione e dell’informazione) anziché come quell’insieme di leali ed aperte regole di mercato per cui viene usualmente spacciato.

La possibilità esiste. Essa sta nei punti di programma che il leader di “Syriza” ha enunciato, e sono patrimonio della sinistra anticapitalista: il ritorno del potere di battere moneta a mani pubbliche, e pubblicamente investite e controllate a fini pubblici; la messa al bando dei paradisi fiscali e delle scommesse finanziarie; la progressiva la delegittimazione delle basi dell’indebitamento e la loro messa in questione (dunque il rifiuto dei vincoli di fame del cosiddetto fiscal compact); l’affermazione pratica ed effettiva del diritto al lavoro per mezzo di politiche pubbliche. Le parole non sono queste, ma il senso è questo, ed è patrimonio (da valorizzare) della “lista Tsipras” così come lo è da tempo per Syriza in Grecia, fino a preannunciare in quel paese una sonante sconfitta e un’umiliante cacciata dal governo dei suoi affamatori attraverso il voto nazionale che vi si sovrapporrà a quello europeo.

Naturalmente la lista Tsipras italiana non è Syriza. Non tutto è certo circa il modo in cui gli eletti sapranno e vorranno rispondere al loro mandato, essendo chiaro che a Strasburgo bisognerà fare politica anche verso gli altri e bisognerà saperlo e volerlo fare con fermezza di principio e da posizioni di piena autonomia. Non è garantito che ciò accada senza oscillazioni o semplificazioni più o meno ben intenzionate. Ma l’importante sarà intanto, e innanzitutto, che quel messaggio (su quei punti) sia stato trasmesso anche in Italia da un numero di elettori tale da arrecare molto sconforto ai partiti del regime renzusconiano, così come (dovunque) ai guardiani di questa Europa e di questo capitalismo. Probabilmente, anzi certamente, non ancora come in Grecia. Ma è soltanto sulla piattaforma di quei voti che sarà possibile andare avanti sulla stessa strada anche da noi, senza troppo doversi curare di residue esitazioni, manovre, sofismi.

Raffaele D’Agata



Categorie:Saggi e letture di politica e storia

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