Bentornata bandiera rossa

I partiti che promuovono la  pace e la liberazione del lavoro avanzano in Europa. Compromessi con forze oggi strutturalmente moderate come il PSE  possono avere senso ma soltanto a condizione di avere prima fondato autonomia, radicamento sociale, e forza determinante.

Il potere, naturalmente, non deriva dal consenso ma da una molteplicità di fattori. Tra questi, nelle situazioni più auspicabili e sempre da perseguire, il consenso anche elettorale può giocare un ruolo importante.

Stabilita questa premessa, le recenti elezioni per il parlamento dell’Unione Europea hanno segnalato (per la prima volta da quando la più grave crisi capitalistica mondiale della storia ha cominciato a imperversare) una significativa erosione del consenso passivo di cui il potere stabilito ha continuato a godere finora, e proprio a favore di interessi, motivazioni e valori, che proseguono in nuovi termini, più o meno esplicitamente, la grande storia della liberazione del lavoro e della fratellanza dei popoli.

In Spagna e in Grecia, la somma dei voti ottenuti dai partiti che si riferiscono a questi ideali arriva ormai rispettivamente a quasi un quinto e addirittura un terzo dell’elettorato attivo, anche se due formazioni di questo tipo sono rispettivamente o ancora ben distinte (Izquierda Plural e Podemos), o addirittura in conflitto tra loro (Syriza e KKE) a causa di alcuni equivoci tuttora da decidere e da chiarire in entrambe le direzioni. Nella terza grande penisola dello spazio mediterraneo, il superamento del quorum da parte di una lista esplicitamente riferita all’esperienza di Syriza ha finalmente cominciato a invertire la disastrosa tendenza alla frammentazione che aveva quasi annullato la presenza di una sinistra proprio nella patria di Gramsci, dove il movimento operaio e democratico del Novecento era stato il più forte e maturo dell’Occidente. Inoltre, i voti popolari italiani (oltre un quinto) che incertezza e disperazione hanno ancora sospinto verso l’ambigua avventura del “Movimento  Cinque Stelle” sono resi oggettivamente aperti a positive evoluzioni per effetto di giuste proposte politiche dopo l’evidente naufragio di questa e l’imbarazzata eclissi dei suoi improvvisati condottieri.

Fare giuste proposte in direzione di quegli elettori e anche di più d’uno di quegli eletti, come Barbara Spinelli ha presto riconosciuto con il consueto coraggio e la consueta lucidità, è infatti una delle operazioni essenziali che dovrebbero portare il seme piantato in Italia dalla Lista Tsipras a dare i suoi rigogliosi potenziali frutti. Proprio il leader di SEL, naturalmente, ha parlato di seme. Ma il modo di coltivarlo che Vendola suggerisce (guardare “innanzitutto” al PSE, ossia in Italia al PD festosamente narcotizzato e trasferito stabilmente a destra dal suo nuovo trionfante padrone) sarebbe l’equivalente di una gelata.

“Innanzitutto”, infatti, è alle persone che bisogna guardare: a ciò di cui hanno bisogno (consapevoli o no), alle loro sofferenze e ai loro sogni. Poi, certamente, si guarderà a tutto con la giusta attenzione, come è dovere di ogni politica responsabile, anche e soprattutto quando voglia e debba essere rivoluzionaria: ma senza preventive e nominalistiche confusioni di ruoli. Compromessi con forze strutturalmente moderate come il PSE (e il PD) sono possibili e saranno forse anche necessari non “innanzitutto”, bensì a condizione di avere prima fondato autonomia, radicamento sociale, e forza determinante.

Un piano del lavoro che miri a rendere effettivamente equivalenti cittadinanza e ruolo sociale retribuito mediante politiche pubbliche (almeno come nell’America degli anni trenta) è il contrario dell’ultraliberista e ultraprecarizzante “Jobs Act” di Renzi, così come è il contrario dei “mini-jobs” accettati e promossi dalla SPD nell’èra Schroeder; perciò, se mai, si può parlare con il PSE soltanto dopo avere portato ineludibilmente quel principio e quel programma all’ordine del giorno con ogni forma di mobilitazione. Un pubblico ed efficace riconoscimento dell’inesigibilità di un’enorme massa di debiti (come a più riprese accadde per quelli tedeschi, russi e interalleati, tra il 1918 e il 1954) è incompatibile con ogni forma di adesione, per quanto critica, al “fiscal compact”; perciò, si può parlare con il PSE soltanto quando questo avrà fatto una piena e coerente autocritica della propria corresponsabilità con quel sopruso, nonché quando dovrà confrontarsi con una costruttiva disobbedienza civile contro i suoi dettati. La restituzione ai poteri pubblici democratici della funzione di creare e amministrare il mezzo di misura di quanto atteso e dovuto negli scambi di beni, infine, è attualmente incompatibile con le attuali istituzioni economiche dell’Unione, a cominciare dalle norme che fondano e regolano l’attuale Banca centrale europea, la sua natura economica e giuridica, e le sue finalità. Si può dunque auspicabilmente interagire con singoli parlamentari del PSE che intendano almeno cominciare a muoversi per cambiare tali norme (ma quanto profondamente, e quanto urgentemente?) ma non ha senso pensare a un rapporto di stabile intesa con il PSE in quanto partito che accetta e sottoscrive tali norme e (almeno di fatto) l’intera     ideologia sottostante.

C’è inoltre, e non certo da ultimo, la guerra ai confini dell’Europa, che impone (con urgenza terribilmente crescente) scelte anche più significative. Guerra non solo, come da tempo, oltre i vitalmente permeabili e permeati confini marittimi (mediterranei) dell’Europa, ma ormai anche (piuttosto che semplicemente “oltre” i suoi confini terrestri) entro la più ampia e forse più vera configurazione storica e culturale dello spazio europeo. Senza nominare le meno recenti imprese, le fallimentari e disastrose conseguenze della sconsiderata o troppo a suo modo considerata impresa libica, le atroci e quotidiane conseguenze dell’impresa siriana copertamente e confusamente in corso malgrado lo scacco subito dai suoi piani più nefasti, e adesso l’ipocritamente imbarazzata alleanza con gli assassini nazisti di Kiev e di Odessa, sono fatti che non possono più essere ignorati quando si parla della NATO e dei più recenti trattati che hanno prolungato e modificato questo sistema dichiaratamente di sicurezza dopo la fine della guerra fredda. Sta di fatto che questo strumento ci rende attualmente insicuri, nella misura in cui concepiamo la sicurezza come qualcosa di necessariamente indivisibile e collettivo secondo i principi delle Nazioni Unite; più grave ancora, le sotterranee manovre e i giochi troppo sottili sviluppati in Medio Oriente da molto tempo, e più recentemente in Ucraina, inducono a interrogarsi sull’effettiva possibilità di collocare la NATO, così come oggi è, prevalentemente dalla parte della soluzione piuttosto che da quella del problema allorché si tratta di sicurezza nei confronti del terrorismo.

Ragionare in questi termini obiettivi può tra l’altro concorrere a superare le persistenti divisioni in seno alla sinistra europea (con epicentro proprio in Grecia). C’è una differenza tra rispettare alcune buone intenzioni formalmente professate dall’Alleanza Atlantica all’epoca della sua formazione e riconoscere e denunciare non soltanto le sue azioni, ma la sua effettiva funzione. Fu la stessa distinzione che i sovietici fecero nel 1954 quando offrirono di aderirvi, e Berlinguer nel 1976 quando riconobbe la stabilità geopolitica di allora come un punto di partenza migliore di altri per ogni processo di cambiamento. Oggi, la critica e la lotta contro le concezioni esclusive e necessariamente fuorvianti se non fraudolente della sicurezza, in nome del suo necessario carattere collettivo e indivisibile e delle conseguenti iniziative di disarmo, può serenamente e decisamente unire tanto ciò che resta diviso nella sinistra quanto le ben più ampie e diffuse aspirazioni popolari alla pace.

Sì, la grande storia della liberazione del lavoro e della fratellanza tra i popoli è in procinto di un nuovo inizio.

Raffaele D’Agata

28 maggio 2014



Categorie:Saggi e letture di politica e storia

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