Questa guerra

Molte cose si si spiegano meglio con l’aiuto dei grandi intelletti (Agostino, Tilly) che invitano a ragionare sul delicato e sottile confine, sempre da presidiare, che separa i fenomeni “legittimi”del potere e della guerra dai fenomeni tipici del crimine organizzato.

Sulle conseguenze dell’«11 settembre europeo» di cui siamo stati testimoni, stretti  intorno a Parigi insanguinata e umiliata tra il 7 e il 9 gennaio, le destre xenofobe da un lato, e le forze moderate di governo dall’altro, si dividono parzialmente. Le une sono per la guerra di religione indiscriminata, come risposta a quella che interpretano appunto come una guerra di religione. Le altre sono per continuare in modo apparentemente più duttile la guerra infinita tra l’Occidente e i suoi nemici proclamata da Bush proprio dopo l’11 settembre 2001. E una parte della “sinistra” sembra incline a mettere l’accento sulla duttilità (dove si manifesta), accettando l’idea di una dicotomia non solo ideale, ma realmente in atto come senso degli avvenimenti, tra valori occidentali e sfida islamista.

Il resto, si dice, è “complottismo”. Troppo facile. Il “resto” è molto, ed è essenziale

Certo, c’è una forma di complottiamo che appare facile a sua volta, che sospetta e addirittura denuncia con certezza manovre occulte in ogni singolo e determinato episodio degli eventi terroristici: dai documenti d’identità smarriti (oppure no) alle dinamiche balistiche più o meno rigorosamente analizzate. Il minimo che si deve dire è che questo genere di complottismo non aiuta affatto ad andare oltre. Esiste di certo una quantità grande e crescente di persone, spesso giovani, che si muove e agisce in modo convinto e libero secondo moventi di fanatismo religioso assoluto, spietato e implacabile. Queste persone non sono né pedine né agenti segreti. Oppure, se sono pedine, quasi certamente non pensano affatto di esserlo.

Stabilito questo, resta da spiegare innanzitutto se questo genere di persone esaurisca il fenomeno; e poi, sopratutto, per quale ragione tali motivazioni e comportamenti da un lato, e il fenomeno più generale dall’altro (se sono da distinguere, e lo sono) facciano parte proprio della storia di questo nostro presente e non di periodi precedenti della storia dei rapporti tra Occidente e mondo islamico nella fase della modernizzazione globale. Perché mai, insomma, gli atroci fatti di Parigi dei giorni scorsi, e l’ormai chiaro rischio che non restino isolati, sono possibili nel presente mentre sono impensabili, diciamo, negli scorsi anni sessanta – quando erano piuttosto gli ex-coloni d’Algeria (bianchi, nazionalisti e colonialisti) che insanguinavano la Francia di attentati?

Per trovare una via di risposta, si può cominciare a notare che la fase presente dei processi di modernizzazione globale è caratterizzata in modo preciso e distinto rispetto alla fase immediatamente precedente, durata grossomodo dalla seconda guerra mondiale agli anni settanta del Novecento. Diversamente da quella, durante la quale prevalevano aspetti umani e culturali della modernità (sotto il segno di ideali e modelli, più o meno coerenti e adeguati, di emancipazione), la presente è caratterizzata dal predominio delle tecniche, e in particolare di una certa idea delle regole della vita economica, rispetto alle quali ogni più complessa e articolata idea di libertà è forzata ad emendarsi, sagomarsi e adeguarsi; perfino, al limite (ma spesso), a sacrificarsi. Il patto scellerato che è stato stabilito sempre più strettamente nella seconda metà del Novecento tra sontuose e dispotiche monarchie arabe di orientamento teocratico e oscurantista (da un lato), e dall’altro dapprima le due potenze mondiali anglosassoni, quindi l’intero Occidente, ha questa ragione essenziale come spiegazione della sua origine e della sua sempre più inquietante continuità.

Se dunque la cosiddetta “infitah” (apertura al “mercato”) ha spazzato via dagli anni ottanta in poi tutte le strutture di un welfare pubblico e laico (autoritario e corrotto quanto si vuole) che aveva caratterizzato gli esiti delle rivoluzioni anticolonialiste e anti-“compradore” nel mondo arabo (dall’Algeria alla Siria), in quella che è stata una generale vittoria delle monarchie retrive e “compradore” del Golfo, ciò si deve all’alleanza dei gruppi egemoni dell’Occidente con queste ultime nel quadro della restaurazione neo-liberista iniziata in quello stesso periodo. E ci sono due minime e inevitabili conseguenze di ciò, che possono quasi bastare da sole a dare una risposta alla domanda che ci siamo posti (anche se ce ne sono varie altre, e altrettanti ulteriori elementi per rispondere). Se cioè un’assistenza pubblica autoritaria e corrotta quanto si vuole viene tagliata implacabilmente e sacrificata sull’altare del FMI, insieme con un’istruzione pubblica ideologizzata quanto si vuole ma pubblica e non così rigorosamente religiosa, il vuoto che si crea non può che attirare investimenti privati nel campo di un’assistenza non meno autoritaria (né certo più trasparente quanto a connessioni affaristiche), e soprattutto fanatizzante. E qualcuno un giorno disse pure, sapendo cosa diceva, che basta avere nelle mani un bambino e poi adolescente nella scuola giusta per farne un proprio strumento sicuro per sempre. Milioni di bambini e adolescenti, poi.

Sarebbe anche possibile fermarsi qui. Lo spontaneismo del jihad violento trova in ciò radici causali abbastanza esplicative, cioè, anche se non ci fosse dell’altro. E dell’altro, naturalmente, c’è. C’è (specificamente) il fenomeno della gigantesca rete finanziaria, organizzativa, logistica e militare, costruita negli anni ottanta sotto la regia di Washington e con la determinante partecipazione di capitali e risorse fornite dalle monarchie islamiste retrive, per realizzare l’intervento nella guerra civile afghana, a sostegno della più retriva e intollerante delle due o più parti, prima e dopo che i sovietici vi si lasciassero attrarre, e come aspetto importantissimo dell’apparente vittoriosa offensiva finale dell’Occidente nella guerra fredda.

Quella rete non è stata mai smontata, anzi si è incessantemente sviluppata da allora in poi, diversificandosi e dando vita a complicate contraddizioni tanto al proprio interno quanto nei rapporti con gli sponsor originari, tra i quali gli Stati Uniti e altri governi occidentali. Il primo «11 settembre» può avere molte spiegazioni, le più inquietanti delle quali sono certamente difficili da dimostrare e forse non saranno mai dimostrate (sicché è perfino inutile e controproducente parlarne); ma l’esistenza di queste contraddizioni, veramente impossibile da negare, è una spiegazione chiarissima e già sufficiente. Tanto più che sono continuate, in fasi alterne di intesa, contrapposizione, ricatto, regolamento di conti, che dicono molto circa vicende come quella libica e quella siriana. E suggeriscono di rivisitare i grandi intelletti – da Agostino d’Ippona a Charles Tilly – che invitano a ragionare sul delicato e sottile confine, sempre da presidiare, che separa i fenomeni “legittimi”del potere e della guerra dai fenomeni tipici del crimine organizzato.

Raffaele D’Agata



Categorie:Saggi e letture di politica e storia

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