Ucraina, antifascismo, pace

La federalizzazione, la neutralizzazione permanente, e naturalmente innanzitutto la defascistizzazione, si presentano come gli ingredienti essenziali di qualunque ricetta ragionevole per la complicata e artificiale costruzione che è risultata venticinque anni addietro dalla trasformazione dell’Ucraina da repubblica sovietica in Stato sovrano.

Il centenario della madre di tutte le carneficine, ossia della guerra mondiale interimperialista nota anche come prima guerra mondiale, iniziò lo scorso anno con il colpo di Stato fascista in Ucraina, cui seguirono la strage fascista di Odessa, e poi la trasformazione della resistenza popolare in guerra nazionale di liberazione nelle province russofone di quel paese. Queste semplici osservazioni dicono già molto sulla qualità dell’ordine mondiale post-antifascista e su quella della cultura conformista che vi predomina, anche senza nominare dettagliatamente la scia di fuoco e di sangue delle guerre scellerate e scriteriate condotte dall’imperialismo dal Nordafrica alla Mezzaluna Fertile (da una parte), o dall’altra l’assordante reticenza di gran parte della cultura europea dotata di microfoni (ossia di quella conformista) quanto alle implicazioni di quel centenario.

Per difendere ad oltranza questo ordine mondiale, alti esponenti dell’amministrazione Obama e il segretario generale della NATO lanciano proclami tanto bellicosi quanto vuoti di senso mentre la resistenza in Ucraina sembra sconvolgere le previsioni che avevano apparentemente sostenuto il favore dell’Occidente ufficiale verso il sanguinoso golpe di Kiev. In altre parole, proprio mentre la svolta di Atene del 25 gennaio dà il primo vero segnale di una riscossa del lavoro e della democrazia contro la dittatura mondiale dell’aristocrazia finanziaria, questa reagisce non soltanto con il ricatto della fame verso il popolo ribelle, ma con la più tipica risorsa che il dominio del capitale tiene in serbo in casi estremi (proprio come cento anni fa): per l’appunto, la guerra.

Cento anni fa le forze del lavoro e della democrazia si lasciarono dividere ossia trascinare (gli uni contro gli altri) dalle opposte menzogne. Ed erano molto meno deboli e disperse in Europa allora di quanto siano state fino a ieri all’inizio di questo secolo, e ancora siano (specialmente in Italia) in questa fase ancora iniziale e vulnerabile di quella che può e deve essere la loro riscossa iniziata il 25 gennaio. Tanto più questa riscossa si rafforzerà e andrà avanti, tanto più potrà procedere verso la vittoria, quanto più sapremo essere sicuri e fermi nel soverchiare con la nostra volontà di pace i tamburi di guerra dell’imperialismo sfidato e rancoroso.

Le cose della geopolitica, degli armamenti, dei combattimenti, sono complicate e hanno i loro lati oscuri, ma ciò non solleva dal dovere di scegliere l’aspetto semplice che emerge e che predomina. E la scelta non può essere che questa: non un uomo né un soldo per salvare il golpe fascista in Ucraina, che alcuni hanno osato definire “pro-europeo”.

Milioni di bandiere arcobaleno, dodici anni fa, furono lasciate in gran parte senza guida e costrette ad ammainarsi quando le menzogne di Bush e di Blair incendiarono la Mezzaluna Fertile e diffusero moltiplicate scintille di violenza, che da allora alimentano lunghi incendi da una parte del Mediterraneo e, dall’altra, nubi e fulmini di paura: in mezzo, ecatombi per acqua di disperati in fuga. È tempo di ritrovare quelle bandiere, adesso che gli eredi e i continuatori di quei delitti vorrebbero che assistiamo silenziosi ai nuovo rullare di tamburi.

La menzogna del momento – dopo le armi di distruzione di massa di Saddam e dopo le fosse comuni di Gheddafi, o se vogliamo cento anni dopo le mani mozzate dei bambini belgi – dice che si tratta di impedire che le frontiere possano essere cambiate mediante la forza. Nel caso dell’Ucraina, in effetti, la forza è stata usata, piuttosto, dapprima per rovesciare un governo discutibile come tanti ma sicuramente eletto, poi per cercare di vietare manifestazioni pericolosamente antifasciste come quelle del Primo Maggio e punire con la strage la celebrazione comunque avvenuta a Odessa, infine per contrastare l’espressione della volontà popolare in alcune province. L’Occidente ufficiale non ha avuto nulla da obiettare a tale riguardo, mentre alcuni suoi esponenti autonominati e ufficiosi come il Senatore McCain, nonché ufficiali come il capo della CIA e il segretario di Stato John Kerry, esprimevano solidarietà al potere che svolgeva alcune di queste azioni o comunque si fondava sol sostegno dei loro autori.

Si può naturalmente discutere tutto questo con riferimento a valori e principi, tenere contro di obiezioni, fare altre considerazioni. Ma la considerazione fondamentale è che le idee e i principi non c’entrano nulla con ciò che l’Occidente ufficiale sta facendo da anni, ossia con ciò che alcune persone continuano a fare in nostro nome. È possibile che il governo russo e le sue forze armate stiano facendo qualcosa per sostenere la resistenza nel Donbass. Tuttavia i suoi legami con i governi delle Repubbliche popolari di Donetzk e di Lugansk sono certamente molto meno stretti di quelli che intercorrevano tra la NATO e le bande criminali dell’UCK nella situazione del Kosovo nel 1999 (forse anche a causa dei problemi politici e ideologici che l’orientamento di quelle repubbliche sembra in grado di porre all’attuale potere moscovita). E in ogni caso è molto difficile ipotizzare che un eventuale bombardamento di Kiev rientri nei calcoli del Cremlino con la stessa cinica disinvoltura con cui il bombardamento di Belgrado rientrò allora efficacemente in quelli della NATO. Il distacco del Kosovo dalla Serbia, dapprima indubbiamente come narco-Stato sovrano (per quanto si possa sperare che oggi stia almeno perdendo qualcosa di tale qualità), è oggettivamente da annotare come il più importante caso di mutamento di frontiere in Europa attraverso la forza (includente quella della NATO) prima dell’annessione della Crimea alla Federazione russa. Ma in quest’ultimo caso, appunto, risulta che le urne sono state in primo piano, e le armi (come in molti casi) sullo sfondo.

La federalizzazione, la neutralizzazione permanente, e innanzitutto la defascistizzazione, sono ingredienti essenziali di ogni ricetta ragionevole per la complicata e artificiale costruzione che è risultata venticinque anni addietro dalla trasformazione dell’Ucraina da repubblica sovietica in Stato sovrano. Nella prima condizione, errori di Mosca resero l’Ucraina ancora più complicata di quanto potesse essere incorporando in essa la Volinia e la Rutenia (mai state russe) ad Ovest, e la Crimea (più russa che mai) a Sud. Emersa dalla disgregazione dell’URSS come la copia dei peggiori mostri creati dopo la prima guerra mondiale attraverso la disgregazione dell’Austria-Ungheria, l’Ucraina non può sperare nella pace interna, e nemmeno lasciare troppe speranze per il futuro di quella internazionale, se la NATO non comincia a moderare la sua frenesia acquisitiva, e se lo spirito della Ostpolitik e della Conferenza di Helsinki non comincia a risorgere dopo le follie ideologiche e geopolitiche dell’ultimo quarto di secolo.

Raffaele D’Agata



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