Pensare questa guerra

Lottare oggi contro le contraddizioni belliche del capitalismo globale non è lo stesso che all’inizio delle guerre mondiali del Novecento. I termini reali della questione sono diversi, ma qualcosa di importante si può dire, e fare.

Mentre il ministro italiano della Difesa preannuncia una prossima nuova guerra di Libia come reazione all’ennesima perdita di controllo sulle energie distruttive scatenate dal miope avventurismo dell’Occidente dall’altra parte del Mediterraneo, le forze del lavoro e della pace – in Italia ancora divise, largamente sconfitte, e non sempre certe della propria identità – sono di fronte all’urgente problema di definire la loro posizione. Sarebbe semplice, ma davvero troppo semplice, dichiararsi né con il Califfato né con l’Occidente. Non si può non essere contro il Califfato, tanto più che per esserlo davvero ed efficacemente è consequenziale trovarsi a fare i conti anche con il genere di Occidente che lo ha prodotto. Il problema è come. Qui le cose diventano davvero difficili, e per avvicinarsi a vederle chiare bisogna prima allontanarsi un po’, in una prospettiva più ampia.

Lottare contro la guerra nel Duemila non è la stessa cosa che fu lottare contro la guerra nel secolo scorso. Le due guerre mondiali del Novecento, nelle quali si consumarono le energie distruttive accumulate durante la Prima globalizzazione, furono combattute da forze armate regolari messe in campo da Stati fortemente organizzati e prevalentemente formate da coscritti, ossia da cittadini obbligati al servizio militare. Per quanto i governi che le intrapresero e le guidarono fossero generalmente miopi e irresponsabili nelle loro mosse e nei loro disegni (soprattutto nel caso della Prima guerra mondiale, e nella seconda con la grande e benefica eccezione di Franklin Roosevelt e di Giuseppe Stalin), nessuno arrivò mai ad essere tanto miope e tanto irresponsabile quanto i governi di alcuni dei maggiori paesi dell’Occidente nella guerra mondiale permanente e diffusa che caratterizza il ventunesimo secolo. Tanto più che si tratta, in questo caso, di governi strutturalmente e volontariamente ridimensionati nelle loro funzioni, i quali mettono in campo forze armate professionali e altamente specializzate. E queste, a loro volta, sono chiamate a competere di fatto, e senza chiare prospettive, con concentrazioni di potere e di forza militare non “legittime” (ossia prive di Stato e non corrispondenti ad alcuno Stato o territorio) che si mostrano ampiamente in grado di fronteggiarle. Si deve aggiungere che ciò avviene in un quadro di sempre più frequenti anche se difficilmente riconoscibili incroci e sovrapposizioni tra i due livelli (come, per fare un esempio fra i tanti, nel caso dell’alleanza tra la NATO e la fortunata start-up narco-militare denominata UCK nel 1999).

Le cause della guerra mondiale permanente e diffusa del ventunesimo secolo sono abbastanza semplici da riconoscere, e da riportare a una radice che affonda nell’ultimo quartile del Novecento. In sostanza, cioè, l’artificiale ricostituzione di un Dollar Standard, dopo la crisi degli anni settanta di quel secolo, ha avuto come elemento essenziale la caotica destrutturazione di ogni regola di responsabilità e decenza nell’economia finanziaria transnazionale, e come unico ed essenziale elemento di “ordine” (e di garanzia) una preponderanza di potere nordamericano reso credibile e necessario come servizio di protezione anche non richiesta, e comunque connessa con pericoli quasi sempre creati o favoriti allo scopo di fornirlo (sul modello del racket).

L’intensa drammatizzazione dei fenomeni bellici generati da tale situazione è riconducibile al sostanziale esaurimento delle risorse di credibilità e di stabilità del potere mondiale nordamericano che sono state artificialmente prodotte in questo modo per alcuni decenni. Oscillando tra incerte e deboli intenzioni di ripensamento e sempre vincenti stimoli a perseverare fino all’estremo (come, tendenzialmente, nel caso ucraino), gli Stati Uniti hanno definitivamente cessato di essere strutturalmente un fattore di relativa stabilità per paesi come il nostro – per i popoli del Medio Oriente, in generale, non lo sono mai stati neanche in quel senso relativo, ma questo è un altro tema.

Se dunque dobbiamo prendere alla lettera il ministro Gentiloni quando dichiara che l’uso della forza  in operazioni di polizia internazionale contro il Califfato in Libia può avere luogo soltanto su mandato delle Nazioni Unite, ciò può significare soltanto tenere fuori la NATO e gestire politicamente l’emergenza in un quadro di alleanze che comprenda i veri e coerenti nemici dell’islamofascismo, come almeno il legittimo governo di Damasco, quello di Teheran, e quello di Mosca. Allo stesso modo sono da tenere fuori i petromonarchi, qualunque cosa ciò debba costare in termini di riconversione di un’economia (e di una civiltà) che le droghe della petrofinanza hanno ridotto a una povera larva negli ultimi decenni (per quanto le stravaganti neoplasie finanzcapitalistiche che se ne nutrono possano apparire ancora fascinose e abbaglianti).

Ricostruire e organizzare il ruolo delle Nazioni Unite come agenzia di sicurezza collettiva significa cioè mettere in discussione il ruolo della NATO come agenzia di protezione esclusiva e auto-promozionale. Contemporaneamente, significa anche rilanciare il ruolo delle Nazioni Unite come agenzia di sicurezza economica collettiva. Considerando il precipizio finanziario ed economico su cui ormai gli Stati Uniti si librano, è anche da sé stessi che si tratta, in qualche modo, di salvarli. Soggetti e protagonisti di una nuova Bretton Woods, che offra loro anche una via d’uscita onorevole se lo accettano, per ora non si vedono. Può essere un punto fondamentale per l’agenda di un’Altra Europa.

Raffaele D’Agata



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