Cambiare l’Europa: da dentro, o da fuori (e contro)?

(di Raffaele D’Agata)

È questo il dilemma rivelato dalla inevitabile capitolazione del 13 luglio. Che in effetti non ammette risposte semplici. E comunque richiede di sostenere Tsipras evitando di confondersi con quanti oggi lo abbracciano felici al fine di soffocarlo.

Le controversie in seno al movimento cresciuto e aggregato in Italia intorno al nome di Tsipras sembrano ancora riflettere il non completo chiarimento di due questioni fondamentali, non sempre esplicitamente affrontate. Una riguarda il grado di radicalismo (almeno secondo il metro corrente, la cui stessa semplice adozione dovrebbe suscitare perplessità) che possa e debba caratterizzarlo sulla strada della necessaria costruzione di una nuova forza organizzata al servizio delle ragioni del lavoro, della giustizia e della pace. L’altra (molto legata alla prima) riguarda il suo grado di lealtà istituzionale nei confronti delle regole che vigono ormai effettivamente ovvero anche formalmente tanto in Italia quanto nel più ampio e decisivo quadro costituito dall’Unione Europea.

La prima questione può sembrare astratta e oziosa. E veramente lo è; tuttavia, prende rilevanza finché accade che voci influenti la introducono nella discussione e ne fanno veicolo di pressioni quanto alle scelte da fare. Dovrebbe piuttosto essere chiaro che radicalità o moderazione sono concetti del tutto relativi, che non hanno alcun contenuto in sé, bensì lo ricevono in relazione a quanto accade e chiede di essere giudicato e fronteggiato. Perciò, speculare su vie mediane tra “integrazione” e “apocalittismo” (come pure è stato espressamente fatto) può servire soltanto a sprecare tempo e attenzione, quando non serva ad adornare persistenti possibili compromissioni con questo o quel doppio gioco entro il principale partito di regime, tuttora denominato Partito Democratico (“quanta esagerazione in due sole parole!”, qualcuno seppe dire), ma sempre di più (in sostanza) Partito della Nazione.

La forza organizzata da costruire in Italia, in relazione con la situazione italiana, per essere significativa e servire a qualcosa, è chiamata cioè ad agire come forza di opposizione al regime ormai effettivamente consolidato, e non di opposizione interna ad esso. Il miserabile comportamento della cosiddetta “sinistra” del PD in relazione alla cosiddetta “riforma” della Costituzione è l’ultimo caso oltre il quale ogni dubbio in proposito apparirebbe stupefacente. Qualunque idea di alleanza per importanti elezioni locali con persistenti doppi giochi entro il regime perde dunque ogni residuo grado di ammissibilità. Correlativamente, la necessità e l’urgenza di resistere al regime in nome dello spirito della Repubblica impone di aprirsi ad ogni apporto (dagli sviluppi della rivolta di Cofferati al sempre interessante travaglio entro il complesso continente pentastellato) che possano e vogliano muoversi nella stessa direzione.

Ma, appunto, l’attuale regime italiano, imperniato principalmente sulla semi-clandestina ossia vile modifica dell’articolo 81 della Carta repubblicana (e perciò sulla sostanziale abrogazione dei suoi fondamenti morali enunciati nell’articolo 3) non rappresenta forse l’allineamento passivo del nostro paese alla forma di governo transnazionale messo in essere ed in atto dalle regole effettive (e da buona parte di quelle formali) dell’Unione Europea? Non rappresenta cioè la sanzione e la garanzia del primato della potenza del denaro, e di quanti effettivamente comunque ne possiedano e ne controllino in abbondanza, sulle ragioni del lavoro e della giustizia? Alle conseguenze e alle costrizioni derivanti da questa forma di governo, particolarmente devastanti nel caso della Grecia negli ultimi anni, il partito e il governo guidati da Alexis Tsipras hanno opposto quest’anno una resistenza valorosa e ammirevole, per sentirsi infine costretti (per il momento) a ripiegare: lo scorso luglio, hanno cioè sottoscritto un’ulteriore capitolazione (in gergo, memorandum) che intanto ribadisce l’asservimento e l’espropriazione delle risorse e delle possibilità di lavoro e di vita del popolo greco. Un tale ripiegamento ha suscitato commenti disillusi e talvolta perfino aspri nel movimento italiano che porta il nome del leader greco, sebbene tale movimento condivida tuttora (pur essendo giovane) lo stato di particolare prostrazione della sinistra italiana e la sua particolarmente flebile azione di resistenza a capitolazioni analoghe anche se meno immediatamente violente e devastanti (come la famosa lettera d’intenti di Draghi e Trichet, i conseguenti governi d’emergenza, e la “riforma” dell’articolo 81), tuttora in vigore, e garantite dall’attuale governo e dall’attuale regime. I critici italiani di Tsipras sono meno credibili di quelli greci, comunque si voglia giudicare questi ultimi. Tsipras ha combattuto e perduto (evitando però di essere sbaragliato, in qualche modo). In Italia non si può strettamente dire che abbiamo perduto, pur essendo di fatto schiacciati. Soltanto chi combatte può avere l’onore di perdere.

Ma Tsipras non merita, probabilmente, alcune sospette acclamazioni, e si deve sperare che sappia ora guardarsi da queste. Alla sua interessata cooptazione entro la schiera dei cosiddetti moderati, promossa dai media di regime dopo gli ultimi sviluppi, egli ha finora opposto parole di sostanziale rifiuto, anche se la sua capacità di farvi seguire dei fatti non sembra dipendere soltanto da lui né soltanto dalla Grecia. Inoltre, e sopratutto, non tutto è ancora     chiaro nelle ragioni che portano la larga maggioranza della sinistra italiana (e anche del movimento italiano che porta il suo nome) a identificarsi con la sua politica.

La capitolazione del 15 settembre può cioè e deve essere riconosciuta come una dura e immediata necessità, come un male minore per il momento. Altro però sarebbe partire dal presupposto che questa sia innanzitutto una scelta di valore, un principio etico-politico, la cornice necessaria e quasi eterna di ogni progetto: immaginare, insomma, che chi tiene la pistola carica puntata alla tua tempia non sia il nemico, ma semplicemente uno che la pensa diversamente entro una cornice comune e condivisa. Perché questo significherebbe legarsi a un dogma, uscire dalla razionalità, e impedirsi di riconoscere situazioni (possibili, anzi probabili se le cose andranno avanti così) in cui le calamità comportate da un abbandono dell’euro si presentino meno gravi di quelle comportate dal suo mantenimento.

E qui arriviamo al punto. Può forse questa Unione Europea (intanto) essere riconosciuta come la cornice comune e condivisa entro la quale promuovere la realtà “altra” che vogliamo e che è necessaria? Lo si deve? Che cosa significa chiamarsi “Altra Europa”, ed evocare una tale idea? Può forse mai comportare un ruolo di leale opposizione di Sua Maestà all’ “Europa” che esiste come insieme di regole e istituzioni e trattati (e anche prassi totalmente illegittime, vedi il cosiddetto Eurogruppo) che si appropriano di questo difficile nome? O non deve piuttosto impegnare a un ruolo di opposizione repubblicana,che non si toglie il cappello davanti al re? Ad un ruolo, insomma (sì!), di opposizione anti-sistemica e anti-costituzionale, sebbene in nome delle vere costituzioni democratiche, antifasciste (come, in parte e letteralmente, ancora la nostra) che sono l’unico fondamento della legittimità di ogni altra Europa possibile e accettabile?

Lo stesso termine “Europa” rischia oggi di essere troppo largamente accettato come circondato di una specie di alone mitico: come se davvero a questa entità dai confini sempre incerti potessimo attribuire le stesse tradizionali forme di appartenenza, identità, lealtà, che sono associate al modello classico dello Stato-nazione sovrano. Il che richiederebbe di dimenticare, tra l’altro, che quel modello è storicamente e strutturalmente legato con i fenomeni della potenza e della guerra, in quanto concentrazione di potere che presume in modo assoluto una condivisione esclusiva ed escludente di interessi e fini. E non lo possiamo dimenticare in un tempo che è tempo di guerre, anzi di guerra al singolare (perché ci sono poste in gioco profonde e sostanzialmente uniformi) in cui questa Europa è coinvolta, da tempo, e sempre dalla parte sbagliata (più o meno obliquamente) e con le alleanze sbaglIate (più o meno aperte e più o meno oblique). E qui si torna all’idea di opposizione necessariamente non leale. Il potere che abbiamo di fronte, globalmente, con questa o quella debole distinzione (François Hollande ormai non si distingue affatto) porta la responsabilità di cose che bisogna chiamare crimini (vedi Libia), a meno di volerne tacere.

Un’altra fondamentale e tuttora possibile confusione da chiarire riguarda naturalmente il modo di intendere e di trattare il ruolo di una moneta come l’euro che dovrebbe essere comune ma non lo è, perché di fatto amministrata da pochi e fuori di ogni controllo democratico, o forse non è nemmeno (rigorosamente) una moneta. Grattando la superficie, cioè, potremmo scoprire che al nome “euro” non corrisponde una sostanza, ma piuttosto svariate monete nazionali costrette ad assumere lo stesso nome come ulteriore garanzia del loro rigido vincolo a rapporti di cambio meccanicamente fissi, a svantaggio di molte essenziali esigenze umane e a quasi esclusivo vantaggio di chi ne possieda in abbondanza, come ai tempi del sistema aureo, ossia come accadeva prima dell’affermazione della democrazia in Europa e nel mondo, e non a caso accade di nuovo. Finché “euro” significa questo, continuare ad accettare gli accordi che impongono di usarlo può, e per il momento deve, costituire una scelta di responsabilità, ossia di ponderazione tra lo spiacevole e il disastroso. Qualunque elemento di convinzione e di entusiasmo dovrebbe essere attentamente evitato ed escluso.

Demistificare il mito dell’euro in questi termini non significa necessariamente, né deve, concedere qualcosa al cosiddetto sovranismo. Piuttosto, la critica del sovranismo dovrebbe sforzarsi di approfondire la propria coerenza fino a riguardare anche il ruolo di un’Unione Europea federalizzata (cioè di quanto viene presentato e può essere certamente considerato come una delle possibili soluzioni per il grave deficit di democrazia rappresentato dalle attuali istituzioni e dalle attuali regole monetarie entro l’Unione). Bisognerebbe insomma accertarsi di sfuggire al rischio che un tale sviluppo tenda a riprodurre semplicemente il sovranismo in una forma ingrandita.

In attesa di regole democratiche europee per il governo della moneta (sulla cui strada il cammino non si prospetta breve, mentre i bisogni delle persone sono urgenti), l’agenda di un movimento di opposizione sistemica, senza affatto rinunciare a una possibile e necessaria funzione di governo ad ogni livello, dovrebbe includere la preparazione a un negoziato duro e deciso su tutto l’insieme delle regole nel segno di una maggiore flessibilità. Nell’America degli anni Trenta, scossa da disoccupazione ed emarginazione simili quasi a ciò che accade oggi, una politica di governo radicale perché realista non arretrò nemmeno di fronte a sconvenienze demagogiche come la libera coniazione dell’argento. L’ euro fittiziamente “unico” potrebbe allora, per esempio, essere affiancato e sostanzialmente rimpiazzato da varie forme di euro reale, su base locale o secondo le funzioni, ruotanti con una certa flessibilità intorno a un euro di conto simile al “bancor” ipotizzato da Keynes a Bretton Woods. Un’idea, quella, che merita di essere ripresa anche su una scala più ampia di quella europea, in un secolo cominciato già così male quanto a rapporti (quasi sempre sinistri e cupi, sebbene non sempre in modo diretto) tra finanza e guerra.

 

 

 

 



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