Tre giorni in febbraio

La convocazione della prossima assemblea romana imita talmente bene l’auspicata autoconvocazione di Stati generali della sinistra che proprio questo può veramente e finalmente accadere.

Il segnale necessario per raccogliersi e agire verso l’unità organizzata della sinistra italiana, che molti invocavano, è arrivato nella forma auspicata, cioè nella forma di un appello senza firme o promotori dichiarati, a disposizione di tutti. La sostanza, certamente, non è stata proprio questa, e speculazioni circa eventuali secondi fini hanno influenzato parte delle prime risposte. Ma tale aspetto è comunque irrilevante. È stato intanto riconosciuto che questo deve accadere, qualunque idea si abbia circa gli sviluppi e il modo di dirigerli.

Ciò che serve ora non è semplicemente lo strumento per affrontare le prossime elezioni amministrative (pur essendo anche necessario occuparsi di queste), e nemmeno un partito che abbia l’ambizione di rappresentare e proporre una visione del mondo e della storia per un tempo indefinito. Concordare su ciò che sia da fare, da disfare e da rifare, in Italia e in Europa entro i prossimi dieci o venti anni, è la premessa necessaria e sufficiente di ogni possibile scelta organizzativa, e di ogni criterio di selezione di gruppi dirigenti.

L’impulso unitario che nella primavera del 2014 realizzò il miracolo di unire dal basso cittadine e cittadini senza partito o appartenenti a più partiti, e di invertire la tendenza alla scomparsa della sinistra italiana dallo stesso panorama europeo, ha ora l’occasione e la ragione di manifestarsi con la stessa efficacia. Si tratta di riconoscere, e tradurre in chiari ed elementari obiettivi di governo (intanto, ma non soltanto delle città) le necessità comuni di un grandissimo ma disperso numero di persone che vivono di lavoro o ne vivrebbero volentieri se ce ne fosse, che credono nella solidarietà civile organizzata in pubbliche istituzioni attive e determinanti entro la società e l’economia, che respingono l’ideologia e la pratica del privatismo esasperato, la dittatura transnazionale dell’oligarchia finanziaria, e le guerre direttamente o indirettamente alimentate da questa.

Per quanto riguarda la più vicina scadenza elettorale di primavera, in ogni grande città dovrebbe trattarsi innanzitutto di delineare un nucleo di obiettivi con concreta, selettiva e semplice (perfino demagogica) precisione. La questione delle candidature (che in qualche caso ha malamente già cominciato a occupare lo spazio del dibattito) dovrebbe essere trattata per ultima, e in aperta sfida ai modelli maggioritari di investitura plebiscitaria che sono imposti dal sistema vigente. Nelle città, l’obiettivo non è “eleggere il sindaco”: è imporre nelle assemblee rappresentative la presenza di una larga e forte rappresentanza di interessi e di valori antagonisti, rivendicando proprio il primato delle assemblee rappresentative a tutti i livelli.

L’unità che nel “tavolo” d’autunno è stata erroneamente trattata come un problema di nuovo assetto di organizzazioni e di gruppi dirigenti, basato su precondizioni formali a tale livello, può e deve insomma essere costruita adesso sulla base di chiare e vincolanti intese di programma. Alle persone iscritte a tutte le esistenti organizzazioni della sinistra, così come a qualunque persona, dovrebbe essere individualmente riconosciuto il diritto di dichiararsi parte delle strutture provvisorie del processo costituente dell’Alleanza democratica popolare, ossia del nuovo soggetto, comunque questo sarà infine denominato, e qualunque cosa le esistenti organizzazioni decidano di fare di sé. L’Alleanza raggrupperà comunque cittadine e cittadini che si riconoscono nel suo programma, sia che appartengano ad esistenti organizzazioni politiche, sia che si iscrivano ora direttamente e soltanto ad essa, con identici diritti di decisione e di partecipazione. Ci saranno comunque importanti e fondamentali materie di competenza esclusiva dell’Alleanza, e queste saranno oggetto di discussione e di decisione per testa e non per organizzazioni.

Per quanto riguarda il rapporto, transitorio o meno, tra il nuovo soggetto politico e quelli che concorreranno a loro volta a formarlo (insieme a molto altro), un’analogia può essere rappresentata da organizzazioni di scopo come quelle per le battaglie referendarie, ma qui su scala di massa. In senso questa volta positivo, un’altra analogia può essere rappresentata dalla trasformazione delle funzioni della Banca d’Italia dopo l’istituzione della BCE. E, appunto, se la BCE appare fatta meno che mai per sfidare indefinitamente il tempo (specialmente nella sua attuale configurazione), nemmeno il nuovo soggetto dovrà necessariamente aspirare a una tale rarissima qualità, pur avendo occasione e giustificazione per una durata ragionevolmente lunga.

Lunga, cioè, quanto il tempo che la mole e la serietà degli impegni condivisi necessariamente comporta.

Raffaele D’Agata

 



Categorie:Uncategorized

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