Islamismo, sionismo, guerra. Si può ragionarne freddamente?

Non casualmente l’epicentro della guerra senza fronti e senza fine che caratterizza il nostro tempo si trova nella cruciale regione del mondo che chiamiamo Medio Oriente, dove l’antica regola imperiale britannica del dividere per comandare, ereditata e fatta propria dagli Stati Uniti, ha largamente mostrato di incontrarsi con l’avversione israeliana verso qualunque modello di cittadinanza laica e multietnica che potesse concorrere a delegittimare il fondamento etnicista dello Stato “ebraico”.

Per i suoi primi quindici anni, il ventunesimo secolo è stato il più bellicoso tra quelli comparabili (e più recenti), ossia caratterizzati dalla presenza di una geocultura unificante attraverso i continenti. Da una parte, ciò mette radicalmente in questione, o piuttosto ridicolizza definitivamente, l’ideologia fondante della cosiddetta globalizzazione, che presenta la geocultura tuttora egemone come stadio avanzato di un processo di emancipazione della libertà umana in quanto garantita da una rete di liberi rapporti contrattuali alternativa a qualunque ordine fondato sul comando e sulla forza. Dall’altro, ciò può mostrare come il principio wilsoniano di autodeterminazione nazionale (rivitalizzato come l’altro fondamento ideologico del cosiddetto “nuovo ordine mondiale” succeduto a quello di Jalta) sia non soltanto intrinsecamente oscuro e contraddittorio, ma anche fortemente distruttivo.

Non casualmente, l’epicentro della guerra senza fronti e senza fine che caratterizza il nostro tempo si trova nella cruciale regione del mondo che chiamiamo Medio Oriente. Per quanto riguarda gli aspetti strutturali di tale stato di cose, qui si trova una concentrazione di fonti di ricchezza tra le più abbondanti e preliminari, il cui massimo possibile controllo costituisce l’obiettivo di attori estremamente forti, attualmente o potenzialmente concorrenti in quello che per strana convenzione spesso si insiste a chiamare “mercato” mondiale. Per quanto riguarda gli aspetti culturali e strettamente politici, è da oltre un secolo che la conformazione geopolitica del Medio Oriente soffre di un’instabilità cronica. Essa deriva infatti da un processo di caotiche interazioni tra una classica fonte di equivoci come il principio di nazionalità, le sue particolari e specifiche implicazioni nella regione, e gli interessi di grandi potenze mondiali che di volta in volta hanno dominato la scena in tutto questo periodo.

Da questo ultimo punto di vista, la formazione dello Stato d’Israele ha rappresentato l’affermazione apparentemente più netta del principio di nazionalità (fatte salve tutte le ambiguità mai chiarite del concetto di nazione, qui particolarmente marcate); e la sua ideologia istituzionalmente fondante costituisce tuttora la più duratura e resiliente sopravvivenza della sua apparente vittoria in Europa nel 1918 (come il grande storico Tony Judt mise in luce nel 2003 in un coraggioso articolo sulla New York Review of Books che suscitò polemiche molto aspre). In Medio Oriente, cioè, l’ideologia del 1918, contraddetta anche formalmente negli anni del suo dichiarato quanto ovviamente confuso trionfo in Europa, segnava una riscossa (altrettanto confusa e contraddittoria) nel 1948. Il modello stato-nazionalista di legittimità del potere si affermava cioè in Medio Oriente (a suo modo) proprio mentre i due dapprima cospiranti e poi concorrenti universalismi sostenuti rispettivamente dall’Unione Sovietica e dagli Stati Uniti d’America finalmente contenevano e moderavano i sovranismi identitari europei entro cornici più ampie e comunque più razionali, attraverso le intese di Jalta e gli stessi loro successivi e certamente irrigiditi adattamenti.

La teoria stato-nazionalista circa il fondamento della legittimità dei governi, in effetti, aveva cominciato a fare grossi danni in Medio Oriente già nei primi anni del Novecento: cioè, da quando il movimento dei Giovani Turchi aveva finito per ridurre nei suoi termini i propri propositi di riforma e di modernizzazione entro la complessa cornice dell’universalismo ottomano. In effetti, cioè, l’ispirazione islamica di questo era stata a lungo non troppo più assertiva o cogente di quanto l’ispirazione “cristiana” di molti regni europei lo fosse lungamente stata (almeno, appunto, fino alla non casuale rivitalizzazione dell’istituto del califfato proprio in quel periodo). E non casualmente, appunto, il “nazionalismo” progressista di alcuni degli Stati arabi emancipati dal colonialismo delle potenze vincitrici di Versailles ( dopo l’indebolimento di queste a causa della seconda guerra mondiale) aveva affermato il primato dello Stato, comunque stabilito, su ogni diverso e preesistente vincolo di lealtà, per quanto questa o quella lealtà preesistente potesse poi diventare effettivo ma non dichiarato strumento di governo nelle mani di élites in competizione (come nella vicenda delle due branche del ba’athismo rispettivamente in Siria e in Irak).

Rivendicazioni di questa o quella versione dell’islam, fissata in un’ortodossia più o meno credibile e creduta, come fondamento di lealtà e di legittimità, si manifestarono innanzitutto come competitrici di progetti e promesse di carattere prevalentemente laico, quali il ba’athismo e il nasserismo; e fin dall’inizio ebbero fortuna come risorse benignamente favorite dall’Occidente al fine di contenere e contrastare processi di modernizzazione percepiti come pericolosi dal punto di vista degli interessi strutturali rappresentati dalle politiche delle sue maggiori potenze. Nel 1947, la sanguinosa spartizione dell’ex Vicereame indiano diede luogo al primo caso di moderna assunzione di una certa idea di islam come fondamento e legittimazione di una distinta ed esclusiva identità stato-nazionale, e inaugurò un modello di alleanza tra identitarismo islamista e interessi occidentali che era destinato a influenzare profondamente la contesa per l’egemonia sul Terzo Mondo nel corso della Guerra fredda, con un culmine nei massacri indonesiani del 1966. Tra il 1947 e il 1949, la spartizione della Palestina (meno sanguinosa in senso assoluto, ma non in rapporto alla popolazione) ebbe luogo anche come riflesso di calcoli strategici, questa volta a favore dell’identitarismo ebraico, e questa volta come aspetto di speculari manovre sovietiche (ben presto amaramente deluse dagli stessi beneficiari).

Dunque, il caso dell’Iran dopo il 1978, quello di Al Qaida (o piuttosto della sua metamorfosi) dopo il 1991, e quello del Daesh oggi, possono essere visti come tre gravissimi e più che imbarazzanti incidenti nello sviluppo di una spesso obliqua e tuttavia solidissima alleanza tra gli interessi strutturali e strategici finora prevalenti nelle maggiori potenze dell’Occidente e l’influenza antica o rinnovata di forme retrive di tradizionalismo religioso in vaste aree delle società di cultura islamica. Nella generalità dei casi, e salva la rilevante e contraddittoria eccezione dell’Iran dopo il 1978, inclinazioni strategiche filo-occidentali e processi di privatizzazione o “liberalizzazione” dell’economia hanno corrisposto a colpi di freno nei processi di laicizzazione nel mondo arabo durante gli ultimi decenni del Novecento, a cominciare dall’Egitto di Sadat. Il ruolo mondiale della teocrazia saudita come garante degli equilibri della petro-finanza mondiale e dello stesso Dollar Standard, specialmente dopo gli anni settanta di quel secolo, costituisce l’elemento chiave di un tale intreccio.

Una fondamentale ragione che aiuta a spiegare la durata e il costante aggravamento di tutti i conflitti di identità e di lealtà comunitarie in Medio Oriente (cominciando dal caso archetipico, costituito dalla situazione della Palestina) è lo scarso interesse di molti fondamentali attori sulla scena internazionale per le soluzioni razionali che di volta in volta si siano presentate possibili, cominciando con la fallita conferenza di Ginevra convocata dall’ONU dopo la guerra dello Yom Kippur e proseguendo con la brusca quanto strategica conversione ad U della diplomazia americana immediatamente dopo la Dichiarazione Gromyko-Vance del 1° settembre 1977 che ne prevedeva la ripresa. La stessa guerra del Kuwait nel 1991, che per la vastità di risorse e di potenze mondiali impegnate rappresentò il vero atto di fondazione del cosiddetto “nuovo ordine mondiale” dopo la fine della Guerra fredda, fu voluta ad ogni costo, e malgrado ogni più ragionevole possibilità di risolvere la contesa tra l’Irak e quel sontuoso principato, soprattutto per evitare che l’insieme dei nodi del Medio Oriente, e del sistema internazionale profondamente influenzato da essi, fosse trattato secondo procedure multilaterali di sicurezza collettiva sul modello di Helsinki. Quello stesso modello, del resto, stava contemporaneamente subendo una radicale delegittimazione mentre la NATO dava inizio al suo processo di espansione su scala globale.

La seconda guerra americana contro l’Irak (uno dei maggiori casi storici di formidabile cavalcata verso il nulla dopo l’epopea di Tamerlano e prima dell’invasione della Libia), conclusa momentaneamente con l’invasione del paese e la sua sottomissione a un violento “cambio di regime”, ha avuto come effetto di lungo periodo una febbrile e violenta decomposizione a catena dell’intelaiatura geopolitica dell’intera Mezzaluna Fertile, sempre più frammentata in agglomerazioni identitarie reciprocamente e mortalmente ostili e spesso implacabili verso quelle più deboli e meno bellicose. Per quanto non si possa affermare che un tale risultato dell’impresa di Bush il Giovane e dei suoi sempre potenti consiglieri fosse nei piani (se c’erano piani), esso rientra comunque nella costante e sottostante preferenza per la divisione del Medio Oriente lungo linee di faglia di natura identitaria (piuttosto che per qualunque praticabile schema di cooperazione multilaterale e di sicurezza collettiva fondato su comuni diritti umani e di cittadinanza) nella quale l’antica regola imperiale britannica del dividere per comandare, ereditata e fatta propria dagli Stati Uniti soprattutto a partire dagli anni settanta sotto forma di caos controllato, ha largamente mostrato di incontrarsi con l’avversione israeliana verso qualunque modello di cittadinanza laica e multietnica che potesse concorrere a delegittimare il fondamento etnicista dello Stato “ebraico”.

Le conseguenze pratiche di questo genere di analisi non sono facili da individuare. Le occasioni politiche perdute dalla ragione e dall’umanità, in quel crocevia del mondo che mille ragioni ci rendono così vicino, restano perdute per sempre; e quelle dell’immediato e cieco ricorso alla forza da parte di un crescente numero di potentati si sono moltiplicate con ritmo esponenziale nel corso degli ultimi cinquant’anni. La disperazione resta comunque un lusso ozioso. E ripensare tutto questo può comunque aiutare ad attraversare con adeguato discernimento e con coraggiosa fermezza di principi le prossime vicissitudini, che sono ancora per noi comunque, da questa parte del mare, molto meno gravi di quelle sperimentate dalle moltitudini che (per effetto di tutto questo) cercano disperate di attraversarlo con ogni mezzo e a qualunque rischio.

Raffaele D’Agata



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