“Sovranismo”: di che cosa parliamo?

Oltre gli usi ed abusi di un termine non chiaro, la riscossa del lavoro e della democrazia ha bisogno di guardare con lucidità verso la post-globalizzazione.

 

Una delle maggiori difficoltà che stanno di fronte ad ogni politica che intenda servire le ragioni del socialismo nel nostro tempo (accanto, naturalmente, alla grande dispersione delle forze), è largamente riconosciuta nell’almeno apparente evanescenza dello Stato (in generale) come forma di organizzazione della sfera pubblica. Di questo si dice spesso. Ma c’è da dubitare che la maggior parte degli usi politici di questa diagnosi si basino su un’analisi approfondita.

Particolarmente in Europa (ma con implicazioni più ampie) il tema sembra appassionare molto, specialmente mentre si cerca di definire un progetto condiviso che possa unificare e rafforzare la resistenza al presente dominio del peggiore capitalismo della storia, e gli sforzi che dovrebbero ribaltarlo. In parte per effetto della costante e passiva ricezione di elaborazioni e schemi politici un tempo validi ma molto superati dagli eventi, processi come il trasferimento di poteri decisionali democraticamente fondati da Stati nazionali come il nostro a istituzioni sovranazionali come l’attuale Unione Europea (che frattanto e comunque non sono democraticamente fondati) vengono spesso considerati inevitabili e indiscutibili: più o meno come già l’evoluzione dalla società feudale a quella capitalistica secondo Marx, cioè come necessario e ineludibile stadio nel cammino verso una nuova e più alta forma di civiltà. Sappiamo bene che letture poco attente e poco critiche di questo aspetto del marxismo furono spesso e abbondantemente usate per giustificare politiche di adattamento che portarono il movimento operaio e democratico a subire sconfitte quasi paragonabili alla disfatta dell’ultima fine di secolo, entro le cui durevoli conseguenze tuttora viviamo. Ma il punto, innanzitutto, è un altro.

Da una parte è vero, cioè, che la forma-Stato appare indebolita sul piano economico-sociale: Ma dall’altra è anche vero che il ruolo sistemico delle potenze sovrane non è mai stato così importante quanto oggi, se non nelle fasi primitive della storia del capitalismo. Oggi come allora appare particolarmente evidente la sua simbiosi essenziale con gli Stati come concentrazioni oligopolistiche di forza coercitiva attive nel mettere in azione protezione richiesta e non richiesta (l’analogia implicita nel termine “protezione” dovrebbe essere abbastanza chiara). E, come nelle fasi primitive, concentrazioni non statali di forza coercitiva svolgono anche un ruolo con le loro imprese più apertamente criminali.

Il ventunesimo secolo è un secolo di guerre, il cui ruolo sistemico appare coerente e sostenibile – ovviamente, per il sistema, e molto meno per gran parte delle persone di cui esso determina l’esistenza – come non era mai accaduto in passato: eccettuate, appunto, le fasi del capitalismo primitivo (o dell’ “accumulazione originaria”). La definizione di “terza guerra mondiale a pezzi”, dovuta allo schietto coraggio intellettuale di Papa Bergoglio, rispecchia proprio ciò, anche se dovrebbe essere alquanto precisata in termini di comparazione storica. Oggi, cioè, la guerra nel mondo è “a pezzi” proprio perché non è (ancora) la guerra mondiale che ebbe luogo due volte nel Novecento, e che Hitler (e Schacht) non volevano (pur volendo la guerra). È guerra scomposta in episodi concentrati nello spazio (Siria, Yemen, Donbass) e nel tempo (Libia), ma soprattutto separata dalla scena principale dello spazio pubblico, essendo invece condotta in modo tale da interferire in modo minimo o quasi nullo con le dinamiche normali del sistema. Naturalmente ciò riguarda in pieno soltanto il centro di questo, anche se l’opera quotidiana di un’atroce violenza, che si riversa su gran parte dell’infelice periferia, tende a produrre crescenti ricadute sullo stesso centro.

Da una parte, insomma, il settore dell’economia globalizzata che alimenta le guerre, e se ne alimenta insieme con il complesso del sistema, assorbe certamente una grande quota di risorse; e tuttavia (più o meno come già Hitler e Schacht avevano vanamente sognato) non incide in modo contraddittorio su tutte le altre esigenze considerate vitali dal blocco sociale dominante anche ai fini della stabilità del consenso e perciò del sistema politico. La soluzione di questo problema sembra oggi assicurata dal carattere largamente virtuale delle risorse impegnate, quindi dall’estrema sofisticazione dei giochi della finanza (i quali hanno bensì prodotto oggi una delle crisi più gravi nella storia del capitalismo, ma anche la rete di controllo e organizzazione del consenso che ha permesso finora al blocco storico-sociale dominante di conciliarla con la stabilità politica nel centro del sistema).

Nel sistema della globalizzazione, insomma, il potere sovrano degli Stati risulta certamente ridotto e depotenziato esclusivamente nel suo aspetto economico-sociale e nel suo fondamento democratico, o più precisamente nel suo aspetto economico in quanto riferito al fondamento democratico (giacché altre forme di esercizio del potere sovrano nella sfera dell’economia risultano ancora abbastanza vitali ed efficaci, dove più e dove meno). Viceversa, il potere sovrano degli Stati assume oggi forme tanto sofisticate quanto potenziate nella sfera più tipica o se vogliamo arcaica, cioè quanto al controllo e all’uso eventuale di forti concentrazioni di potere coercitivo anche e specialmente esterno, ufficialmente e comunemente riferite al concetto di sicurezza malgrado gli effetti tragicamente paradossali che sono stati prodotti da azioni dichiaratamente intraprese in tale senso nel corso degli ultimi due o tre decenni. Se certamente questo secondo fenomeno appare sopratutto evidente nel caso di potenze come gli Stati Uniti, Israele, o la stessa Federazione Russa (cui bisognerebbe aggiungere l’Arabia Saudita quanto ad applicazione effettiva della potenza coercitiva esterna, e la Cina quanto a disponibilità potenziale ad applicarne), più in generale il modo unilaterale e deciso in cui Stati come il Regno Unito e la Francia hanno recentemente proiettato forza militare all’esterno (per esempio nel caso della Libia) attesta lo scarso fondamento delle diagnosi più correnti circa l’indebolimento della sovranità degli Stati membri dell’Unione Europea (anche prima del Brexit).

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Queste considerazioni, ovviamente, rafforzano anche la necessità di distinguere profondamente entro i fenomeni politici di massa in Europa cui viene genericamente applicata l’etichetta di populismo e di nazionalismo (due termini che ironicamente sembrano diventati sinonimi più o meno, e significativamente, come accade nella lingua russa). Restando ancora largamente preda di una forma acritica e poco storicizzata di europeismo, il pensiero politico progressista in Europa e specialmente in Italia appare spesso attratto da un riflesso di persistenza di aggregati ideologici (relativamente recenti, eppure ben più sorpassati di altri) che la inducono a difendersi con timore e sospetto indifferentemente nei confronti di tutto ciò che esprime la stanchezza e il rifiuto popolare nei confronti dell’ “Europa reale”, spesso sconvolgendo panorami e schieramenti politici consolidati. Eppure, un indiscriminato sospetto di antidemocraticità o addirittura di fascismo nutrito nei confronti di questo multiforme insieme di fenomeni (come particolarmente nel caso del “Movimento Cinque Stelle” in Italia) non sarà certamente ciò che aiuterà ad isolare e battere quelle componenti del fenomeno che sono veramente fasciste (e che costituiscono il vero pericolo da combattere e innanzitutto isolare proprio in questa fase).

Il richiamo di sirene cui occorre sottrarsi è insomma quello che insistentemente presenta, invitando a una scelta, una contrapposizione tra democrazia e forze “antisistema” (nella quale il tema di un non sempre precisato europeismo gioca un ruolo importantissimo), suggerendo che esista un significativo grado di omogeneità tra “sistema” e democrazia. Ma accettare un tale suggerimento comporta appunto ignorare che il sistema vigente nella nostra epoca, anche e innanzitutto in quelli che una volta chiamavamo “punti alti” della civiltà moderna (quando era certo ed era bene che questa esistesse), è profondamente, radicalmente e insanabilmente in conflitto tendenziale e sempre più effettivo con la democrazia: un conflitto che scaturisce dalla stessa genesi del sistema presente nel processo di eversione/rivoluzione globale che lo instaurò durante l’ultimo quartile del secolo scorso.

È per questa regione (ad esempio), che partiti di sistema come il PD in Italia (che è contemporaneamente e da altro punto di vista “antisistema” a livello nazionale, poiché tende a sopprimere le persistenze di una legittimità costituzionale anteriore e antitetica rispetto al suddetto processo di eversione/rivoluzione) costituiscono non soltanto avversari più diretti, ma anche un problema per la democrazia che è più significativo, a lungo termine e perciò fin da ora, rispetto a quanto possa essere detto circa la stessa nebulosa pentastellata. I pericoli di antidemocrazia e di tendenziale fascismo che alcuni scorgono in quest’ultima colgono certamente tratti di analogia che ricorrono spesso e ovviamente nelle più varie comparazioni storiche: ma non l’essenziale. Mentre infatti il fascismo fu insieme sintomo e malattia,ma soprattutto ed essenzialmente malattia, i cinquestelle (pur avendo in sé anche molto di malato) sono soprattutto sintomo, assenza di bene più che male in sé, assenza di bene che è fatta anche di sete insoddisfatta di politica adeguata alle necessità dei tempi.

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Chiuso dunque l’accenno all’argomento politico nazionale più vicino, resta naturalmente da discutere il modo di affrontare in radice il problema del rapporto tra il movimento operaio e democratico e l’insieme del sistema politico internazionale contemporaneo, cominciando dal più vicino nodo della posizione da assumere verso l’Europa reale e l’europeismo ufficiale o di sistema. Si può forse veramente tenere una posizione staticamente equidistante tra questo sciagurato europeismo ufficiale (vicino all’europeismo di Berlinguer e di Brandt non più di quanto la Sinistra di Crispi fosse vicina ai moti mazziniani) e il cosiddetto “sovranismo”, per di più “populista”? Si può forse veramente tenere una tale posizione in modo riconoscibile e convincente?

C’è da dubitare di questo. In effetti, il forte rischio che ormai si corre è piuttosto quello di apparire infine come gli ultimi difensori di istituzioni europee che hanno buona probabilità di non resistere ad ulteriori sollecitazioni e scricchiolii, ben più forti dello stesso Brexit, in modo tale che l’intero processo si risolva proprio in ciò che si voleva evitare, cioè in un trionfo di destre nazionaliste o peggio. Nei confronti di queste istituzioni, o più esplicitamente nei confronti di ciò che oggi si chiama Unione Europea, il movimento operaio e democratico appare condannato all’irrilevanza e alla possibile definitiva scomparsa dalla scena della storia (con conseguenze terrificanti!) se non avrà la lucidità e il coraggio di offrirsi come una forza riconoscibilmente “antisistema” per le sue parole d’ordine, le sue proposte e i suoi inequivoci rifiuti. Ma, per sfuggire a un possibile rischio di vaghezza, quali dovrebbero essere i precisi e razionali contenuti di questo orientamento?

Per riconoscere almeno alcuni essenziali contenuti, si tratta innanzitutto di sottrarsi ai falsi dilemmi correnti circa il dove e il come dell’esercizio della sovranità. Per gli Stati membri dell’Unione Europea, o almeno certamente per i maggiori tra questi, il problema reale non è l’incremento o la riduzione delle attuali prerogative di sovranità, ma piuttosto quello di cambiare la composizione delle forme e dei terreni ove questa si esercita entro il suo presente grado di efficacia complessiva. Per intendersi: una drastica riduzione del potere del Presidente francese di far decollare i Mirage carichi di bombe potrebbe e dovrebbe corrispondere a una maggiore influenza del Parlamento francese nel determinare le preminenti domande sociali cui dare risposta così come il reperimento e l’allocazione delle risorse finanziarie da impiegare in relazione ad esse.

Un’alternativa non soltanto logica, ma purtroppo realmente in campo nel dibattito politico, sarebbe naturalmente andare avanti nella riduzione del grado complessivo di sovranità attualmente riservato agli Stati membri dell’Unione, non soltanto trasferendo all’Unione ulteriori competenze nel campo fiscale e in quello delle politiche sociali (e attribuendo al Parlamento dell’Unione effettivi poteri di indirizzo politico in questo campo), ma anche e necessariamente trasferendo all’Unione il pieno ed esclusivo esercizio della forza coercitiva esterna (o “di sicurezza”) tuttora monopolizzata dagli Stati nazionali. Ma allora, quella che talvolta  viene presentata come una democratizzazione dell’attuale Unione Europea (mettendo tra parentesi le molte incompatibilità tra ogni reale democrazia e tutto ciò che resterebbe dell’impianto dei trattati costitutivi e delle altre regole dell’Unione), diventerebbe  proprio un trionfo di ciò che comunemente si intende per sovranismo, nella forma di una nuova potenza mondiale.

La critica dell’idea di sovranità ha insomma molta strada ancora da fare per diventare coerente e utile, specialmente quando si parla dell’Europa di oggi nel mondo di oggi. Che cosa accadrebbe, infine, se la reintegrazione piena del fondamento democratico del potere avesse luogo al livello dell’Unione anziché là dove tale fondamento è stato frattanto tolto, cioè quello di Stati esistenti come il nostro? L’Unione diventerebbe forse democraticamente sovrana quanto a regolazione della vita economica e sociale lasciando però la sovranità militare (cioè il diritto di pace e di guerra) là dove ancora si trova? O piuttosto assumerebbe quest’ultima in proprio?

È chiaro che la prima alternativa svuoterebbe del tutto ogni pretesa di democratizzazione, oltre essere assurda. Ma la seconda alternativa rischia di diventare reale proprio a causa dell’azione di volontà molto attive ed efficaci che fin d’ora sarebbero anche troppo disposte a concederla: anche e specialmente nel quadro della profonda crisi di riadattamento che la NATO sembra destinata ad attraversare dopo l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca. E, nella misura in cui tale seconda alternativa configura una riproduzione aggiornata e ingrandita del modello dello Stato-potenza (la cui combinazione ibrida con la democrazia costituisce un problema per quest’ultima fin dai tempi della rivoluzione francese), ci troveremmo di fronte a un inquietante arcaismo. Sarebbe appunto un arcaismo perfettamente omogeneo agli svariati altri che alimentano e garantiscano in modo essenziale l’attuale forma del sistema economico-sociale globale, e insieme con questa impongono alla democrazia limiti invalicabili e crescenti.

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Non è facile avviare una parte costruttiva di tali riflessioni, e sarebbe anche pretesa eccessiva tentare di delinearla in modo compiuto al termine di questo scritto. Di certo, nell’anno dell’insediamento di Trump e della certa vittoria di Le Pen e del Fronte Nazionale in Francia, che sarà probabilmente l’anno di un altro più o meno grave terremoto politico-elettorale in Germania, non è minimamente saggio continuare stancamente a riferirsi alla globalizzazione come a un duro destino nel migliore dei casi, e nel peggiore come a un beneficio da non perdere malgrado i suoi difetti. Quasi esattamente un secolo dopo, la seconda globalizzazione è entrata in una crisi finale simile a quella della prima soprattutto dal punto di vista politico, cioè nel senso di una tendenziale ri-nazionalizzazione delle classi dirigenti           in un rapporto di reciproca attenzione e sostegno con moti di nazionalizzazione delle masse. Il fenomeno Trump negli Stati Uniti sembra costituire per ora la più evidente  riproposizione di questo schema, ma non è detto (anzi è improbabile) che tenda a restare la sola.

Di fronte a questo, l’internazionalismo di forze che vogliano essere eredi e continuatrici del movimento operaio e democratico e del suo progetto di civiltà, e come tali vogliano crescere e incidere, dovrebbe oggi innanzitutto preoccuparsi di distinguersi nettamente dall’internazionalismo delle élites molto più di quanto il forte movimento operaio di allora seppe farlo. Piuttosto che illudersi di costruire su questo o quell’aspetto ritenuto salvabile della globalizzazione (e in particolare della sua manifestazione regionale organizzata e garantita dalle strutture dell’Unione Europea) ciò che bisognerebbe mettersi in grado di fare è lavorare oltre la rimozione di un ragionevole e necessario volume di macerie piuttosto che vedere mostri aggirarsi entro un inferno di rovine.

Raffaele D’Agata

 



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