In piedi. Anche di giorno.

Almeno in Francia, la forza c’è di nuovo. Dunque può esserci. Possiamo averla. Possiamo averla anche in Italia, se veramente vogliamo, anche se troppo tempo è andato perduto stupidamente, e il terreno è molto meno favorevole.

Il primo turno delle elezioni presidenziali francesi del 2017 ha liberato un ampio spazio nel cuore dell’Europa dalle macerie del socialservilismo e ha restituito alle bandiere e agli inni di riscossa del socialismo  una forza e una rappresentatività paragonabili a quelle che caratterizzavano la civiltà democratica europea scaturita dalla rivoluzione antifascista nel secolo scorso. Gli effetti di questo dato fondamentale sono trattenuti e ostacolati dai ceppi e dalle griglie  d’acciaio di un sistema istituzionale ed elettorale che, particolarmente in Francia, si costituì proprio come precoce modello delle successive distorsioni e dei successivi svuotamenti della democrazia rappresentativa, e devono essere adesso perseguiti mediante una forte pressione contro questi vincoli. Ma la svolta è chiara, così come  l’invito al lavoro e alla lotta per allargare la breccia.

Allargare la breccia, certamente, non richiede semplicemente impeto né certamente testa bassa, ma anche molta e prudente abilità. Bene ha fatto Mélenchon nel ridimensionare e condizionare le stanche sirene del “front républicain” per il secondo turno nelle prime dichiarazioni la sera dopo il voto, e altrettanto bene ha fatto poi nel promuovere adesso e intanto una larga discussione circa le scelte da fare in seno al movimento che egli rappresenta. Recarsi a votare piuttosto che astenersi nella scelta tra le due destre selezionate da una perversa ingegneria elettorale e mediatica deve comunque avere un prezzo, e non è determinato a priori se questo prezzo debba pesare in termini di freno alla macelleria di diritti sociali promessa da Monsieur Macron, oppure di freno alla macelleria di diritti personali  promessa da Madame Le Pen. Nell’uno come  nell’altro caso, le notti in piedi dovranno comunque riprendere e proseguire.

L’antifascismo dei socialservilisti (e naturalmente di coloro che essi servono) è del resto molto intermittente, occasionale, e poco credibile. Non è soltanto la loro sciagurata politica economica, finanziaria e sociale, che tradisce in profondità lo spirito e i valori della rivoluzione antifascista sui quali la democrazia europea si fonda e si qualifica. È la loro politica estera e “di difesa” che li mette in strana sintonia con gente come gli autori e promotori di cose come la strage del primo maggio a Odessa e in imbarazzanti trappole tra le spire del caos controllato che costituisce da lungo tempo il segreto e la norma dei rapporti tra ciò che viene definito Occidente e il Medio Oriente, generando cinicamente immani tempeste di dolore e di sangue.

Almeno in Francia, la forza c’è di nuovo. Dunque può esserci. Possiamo averla. Possiamo averla anche in Italia, se veramente vogliamo, anche se troppo tempo è andato perduto e il terreno è molto meno favorevole. Questa forza può crescere e può dimostrare che il sistema di solitudine di massa, di deprivazione di dignità sociale, e di guerra, che contrassegna il nostro tempo, non è un destino. Anche se la strada, per ora, è l’organizzazione  la lotta. Senza scorciatoie immediate, presidenziali o ministeriali che siano.

Raffaele D’Agata



Categorie:Uncategorized

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