Cento fiori in Parlamento

L’idea di superare la frammentazione del corpo politico con la griglia di una legge elettorale non è convincente. Vediamo perché. (di Stefano Sacconi – Il Nuovo Spettatore Italiano, 1987)

A una settimana dalla scomparsa di Stefano Sacconi, amico e compagno di una ormai lunga strada iniziata negli anni della rivolta contro la guerra (allora, del Vietnam), e per un mondo migliore, si può  sentirlo presente in questo suo attualissimo articolo scritto nell’estate del 1987 per “Il Nuovo Spettatore Italiano” immediatamente dopo le elezioni politiche di quell’anno. Davvero questo può risparmiare gran parte dello sforzo di commentare le manovre che proprio in questi giorni mirano a perpetuare comunque gli effetti di pessimi e illegittimi sistemi elettorali recentemente adottati (o maldestramente abbozzati e impraticabili), aggirando i risultati del referendum del 4 dicembre e tentando di erodere ulteriormente la residua salvaguardia dei principi costituzionali. Da allora, i giudizi sugli eventi e sui processi in corso non sono stati sempre coincidenti, ma rispetto e amicizia hanno reso e tuttora rendono ciò ampiamente comprensibile di fronte alla drammatica complessità di quanto accade (R.D.)

Com’è, invero, questa Italia passata il 14 giugno attraverso la radiografia del voto? Dal carattere complesso e frastagliato del risultato uscito dalle urne è naturale che germoglino valutazioni diverse e anche fra loro contrastanti. Su di un punto almeno, tuttavia, sembra possa essere raggiunta una sostanziale concordanza di vedute: il responso elettorale indica – per riprendere un’espressione insistentemente applicata ai comunisti – un Paese in mezzo al guado. Ovvero, se si preferisce, un Paese-crisalide, del quale si comprende che ne dovrà nascere un adulto diverso, più maturo e compiuto, ma di cui è ancora difficile individuare con precisione la fisionomia. Il che legittima, peraltro, la babele dei giudizi, il tiro alla fune circa le interpretazioni sulle prospettive che in concreto si aprono.

Fra tali interpretazioni, una in particolare appare meritevole di esame critico: quella, per l’esattezza, che ritiene di poter individuare, nella metamorfosi profonda della società nazionale, il processo faticoso di superamento del “caso Italia” in vista dell’approdo definitivo alle rive della “normalità occidentale”. Dalla larva     informe uscita dall’uovo della Costituente, insomma, il processo di “modernizzazione” di questi anni ’80 starebbe per cavare la splendida farfalla di un Paese finalmente omologato al modello insuperabile della “grandi democrazie industriali” Sarebbe questo, anzi, il vero vanto del “moderno riformismo” che attecchisce ormai nel tessuto sociale e di cui l’on. Craxi è il più coerente banditore: insomma, il fatto che dopo un’attesa più che decennale il PSI da lui rimesso a nuovo raccolga ora i primi consistenti frutti della paziente tessitura dimostrerebbe per l’appunto che dentro il bozzolo l’insetto di domani già si prepara a dispiegare le ali splendenti.

Lo scacco comunista e la faticosa ripresa democristiana, insieme al fatto che nell’area intermedia il PSI non ha più rivali ( e può anzi proporsi come il nucleo forte di un consistente “polo socialista” esteso al PR e al PSDI), sono portati a riprova di un’interpretazione di tal genere: se il “riequilibrio a sinistra” è ormai visibilmente avviato e la DC non ha più armi valide per riproporsi come zoccolo e bastione a un tempo di una convivenza obbligata, ne risulta allora che il “bipartitismo imperfetto” fondato sul duopolio DC-PCI è virtualmente spezzato, che il sistema partitico ha assunto ormai di fatto una configurazione tripolare e che, infine tale configurazione si presenta come tappa obbligata ma transitoria verso un’ “alternanza fisiologica” nella quale il PSI possa fungere da fattore egemone e coagulante dell’ “area riformista”. Anche i vaghi cenni del segretario socialista – in campagna elettorale e poi soprattutto dopo l’esito del voto – circa la necessità di passare ora alla fase distributiva della politica riformista sembrano avvalorare una tale prospettiva.

Tuttavia, i risvolti del risultato elettorale – come si è detto – sono assai complessi. Tra i fattori di complessità, un ruolo non secondario riveste (insieme al permanere di una presenza comunista ben lungi dalla marginalità, di una DC sia pure faticosamente rimpannucciata, di un’estrema destra consunta ma non ancora estinta) quella che è stata denunciata da più parti come la “pericolosa frammentazione” del quadro politico: insomma i 14 simboli di lista rappresentati in Parlamento, dei quali ben dieci racchiusi entro lo stretto recinto del 20%. Poiché la linea di tendenza è (deve essere) quella della semplificazione del quadro in vista dell’agognata “normalità altalenante”, la pluralità accresciuta delle presenze partitiche e delle rappresentanze parlamentari appare come un fastidioso contrattempo, quasi una manciata di ghiaia che qualche monellaccio importuno abbia gettato nell’ingranaggio altrimenti ben oliato del “riformismo” che avanza.

E poiché governare in presenza della “frammentazione” è di gran lunga più difficoltoso, trovare il modo di comprimerla diviene un punto d’onore per chi ha fatto della “governabilità” la propria bandiera: se – come ha sostenuto l’on. Martelli – i gruppi presenti in Parlamento erano “troppi” prima del 14 giugno, oggi che il loro numero si è ulteriormente accresciuto una cernita forzosa si impone. Ecco quindi tornare in campo la polemica contro il metodo elettorale proporzionale: è colpa di questo metodo d’espressione della rappresentanza se i partitini entrano in  Parlamento, se la “governabilità” si inceppa, se l’Europa con le sue “normali alternanze” è ancora così lontana malgrado i tre anni e mezzo di Craxi a Palazzo Chigi. Il “bozzolo duro” entro cui la crisalide dell’Italia  moderna, occidentale e altalenante, è tuttora prigioniera, è dunque un involucro di natura istituzionale: concerne anzi – per essere più precisi – le forme peculiari della democrazia italiana.

Va detto che una simile lettura dell’Italia al voto, e dello stesso fenomeno della “frammentazione”, appare francamente parziale e incomprensiva. Rendersene conto è relativamente facile: basta por mente al fatto (troppo evidente, forse, per essere rilevato dall’acume dei politologi) che l’intero quarantennio repubblicano si è dipanato nei termini rappresentativi tracciati dalla proporzionale. E che non l’Italia contadina e municipale del dopoguerra, ma quella del “moderno riformismo” e dei media berlusconiani produce, attraverso la medesima griglia elettorale di allora, la “frammentazione” delle 14 liste rappresentate in Parlamento. Quel che riuscì a De Gasperi, Nenni e Togliatti, quel che riuscì a Moro, la Malfa, De Martino e Berlinguer, non riesce a Craxi e De Mita, vincitori entrambi, sia pure in diversa misura, della competizione elettorale del 14 giugno. Non riesce loro, in altere parole, di ottenere dal libero e fedele rispecchiamento elettorale del Paese. che la proporzionale consente, le condizioni di una “governabilità” praticabile senza stravolgere le regole del gioco.

Paradosso singolare: l’Italia– dicono – ha avuto finalmente la cresima della modernità, ha cominciato a uscire dal medioevo a predominanza democristiana e comunista. Il “fattore K” (Ronchey permettendo) è in declino. La DC, se non fosse per il supporto di CL, dei “39” e dei vescovi, correrebbe un rischio analogo, a meno di non accettare di ridursi – finalmente! – al puro e semplice polo conservatore della “normale alternanza”. Ma quel medesimo “popolo sovrano” che si sveglia dal torpore grazie al diffondersi nel suo seno del messaggio “moderno-riformistico”, si diverte più che mai a giocare coi partitini: Anzi, ne promuove di nuovi in Parlamento. Evidentemente, l’ondata liberatrice della “modernità” ha l’effetto di rendere il popolo più localista e corporativo, più attaccato al particulare che pensoso delle sorti del Paese – e men che meno di quelle del governo.

Ecco allora che, mentre da un lato gli si promette un futuro più libero, dall’altro si considera necessario strappargli di mano il giocattolo pericoloso e imporgli le danze delle scelte obbligate. Ché se poi il gioco gli piacerà di meno, la cosa può essere serenamente messa in non cale: l’ “affezione elettorale” degli italiani (che il 14 giugno ha ripreso vita, specie fra i giovani) è anch’essa un prodotto del “ caso Italia”. Se gli italiani si asterranno in misura maggiore, vorrà dire che si saranno “modernizzati” ancor di più.

Il discorso, però, può essere agevolmente – e fruttuosamente – rovesciato. Se la proporzionale produce oggi il frutto fastidioso della “frammentazione”, ciò non né dovuto al metodo elettorale in sé, ma piuttosto all’insufficienza delle indicazioni che gli elettori ricevono dai soggetti collettivi attraverso i quali, secondo il dettato costituzionale, essi possono “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”: i partiti. Il nostro sistema istituzionale, infatti, non lascia a se stesso il cittadino nel processo di formazione delle sue scelte, poi tradotte nel voto: pur assicurandogli – attraverso appunto la vigente legge elettorale – la più ampia possibilità di opzione, esso prevede che siano appunto i partiti (a loro volta libere e volontarie associazioni) a offrire al singolo i termini complessivi, razionali, idealmente e politicamente mediati, sulla cui base scegliere votando. E a tal fine i partiti si legittimano, a loro volta, in quanto la loro opera di mediazione e di indirizzo non si limitano a svolgerla in vista delle elezioni, ma le conferiscono carattere continuativo, in rapporto costante col vivo della dialettica sociale.

Ne discende un’espressione democratica della volontà dei cittadini su due piani fra loro intersecantisi e integrantisi: è libera espressione (individuale) del cittadino il voto, ma è libera espressione (associativa) anche la dimensione-partito, che media il rapporto di rappresentanza e orienta la scelta elettorale. A questo secondo momento di libera espressione, i fautori delle riforme elettorali “semplificatorie” vorrebbero sostituire un fattore di coazione legislativa: partiti e cittadini verrebbero gli uni e gli altri sottoposti forzosamente a esigenze di una “governabilità” tanto più astratta in quanto non espressa sulla base di un consenso ottenuto su proposte politico-programmatiche, ma sulla base di una limitazione – comunque praticata – dell’ampiezza delle scelte. In definitiva, la “frammentazione” è il portato dell’insufficienza politico-programmatica dei partiti: i quali possono essere tentati, per farvi fronte, di restringere le maglie della griglia attraverso cui gli elettori si esprimono. Limitando di fatto (o comunque in linea di tendenza) la sua partecipazione politica al momento elettorale, il cittadino sarebbe allora più isolato, più solo nelle sue scelte: in sostanza, non “più sovrano”, ma meno libero.

Ora, c’è da chiedersi se questa – la si approvi o meno in linea di principio –sia comunque proponibile quale soluzione efficace. Sembra lecito dubitarne. L’allarme sulla “frammentazione” non nasce infatti da qualche pulpito neutrale, ma dall’interno stesso del “sistema dei partiti”: è lanciato anzi con più foga proprio da chi, oltre aver ricoperto a lungo, in tempi recenti, le massime responsabilità governative, mena vanto di aver pilotato la società italiana lungo le strade gloriose della “modernità”. Ma è proprio questa Italia folgorata sulla via del riformismo che si esprime in modi così lontani dalle esigenze – pur legittime e per più versi prioritarie – della “governabilità”. E non si vede come, imponendole la camicia di forza di un sistema elettorale “semplificatorio”, la politica potrebbe mettersi in grado di interpretarne correttamente le esigenze e guidarne efficacemente l’ulteriore sviluppo.

Il sintomo della “frammentazione”, viceversa, va assunto nel suo significato più autentico: quello cioè della richiesta implicita, che sale da questa società in sofferta trasformazione, di un progetto di rinnovamento in cui essa possa riconoscere la via d’uscita (processuale sì e non miracolistica, ma effettiva) dalle strettoie che la soffocano, la soluzione realistica e a un tempo lungimirante dei problemi gravi prodotti assai più che risolti dal “moderno riformismo” ceti rampanti, che oggi la intride. Poiché è ben vero che la crisalide si agita nel bozzolo, e che la farfalla che ne uscirà dovrà essere moderna e agile per poter spiccare il volo; ma sarebbe davvero illusorio pensare di aiutarla a venire alla luce concentrando la propria attenzione sul guscio (e sostituendone magari la seta fine con una rozza fibra d’importazione), e invece di favorire – come è necessario – il maturare di una più funzionale ed equilibrata, dinamica e piena armonia nel suo organismo in formazione.

Stefano Sacconi

(”Il Nuovo Spettatore Italiano”, n. 32-33, Luglio-Agosto 1987)



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