Questione tedesca e questione europea

In una configurazione altamente instabile e indeterminata  dei rapporti internazionali a livello globale, l’appello di Frau Merkel a un ruolo autonomo e adulto della Germania e dell’Europa suona largamente aperto a diversi sviluppi, e forse volutamente ambiguo (suo possibile pregio). Ciò  che assolutamente bisogna combattere e prevenire è uno sviluppo del tema nel senso del “patriottismo europeo” proclamato e rivendicato da Monsieur Macron con tanto di sonori verdetti a proposito di Siria (e, ovviamente, di Russia).  

 

Il “discorso a tavola” di Frau Merkel a Monaco dopo il G7 di Taormina segna una svolta di eccezionale rilevanza con la quale bisogna adesso fare conti attenti, rigorosi, e soprattutto nuovi. Quel discorso inconsueto tra boccali di birra riconosce e sancisce cioè la fine del famoso “nuovo ordine mondiale” seguito a quello della guerra fredda. Ciò che ora comincia è una navigazione in mare aperto dove bisogna assolutamente essere in grado di riconoscere le stelle (scegliendo bene quali), e soprattutto ignorare i canti delle sirene. Il blocco di potere dominante non può più appellarsi alla mitologia atlantica, né al genere di mitologia europeista  che ha usato finora declinare in stretta connessione con la prima, senza perdere ogni contatto con la realtà. I suoi critici non possono più riferirsi ai postulati dell’europeismo di sinistra – già ricchi di interrogativi aperti e di implicazioni problematiche – senza ignorare  colpevolmente l’enorme rischio di effetti  perversi che questi comportano, essendo fortemente accentuati nella nuova situazione che si apre.

 

Il sistema  internazionale della guerra fredda si formò tra il 1945 e il 1949 come un certo equilibrio intorno alla questione tedesca non risolta. E il sistema internazionale successivo  si formò tra il 1990 e il 1991 intorno alla sua apparente soluzione, basata sul mantenimento della NATO, la guerra mondiale intorno al Kuwait, il massiccio riorientamento dei flussi finanziari globali strettamente associato a quel cataclisma, e la  conseguente inevitabile implosione dell’Unione Sovietica. In effetti, cioè, l’umiliazione finanziaria inflitta al più ardito che sapiente riformatore dell’URSS in occasione del G7 di Londra (che precedette di poche settimane il colpo disperato dei cosiddetti conservatori sovietici, e quindi il ben più efficace e decisivo assalto dei boiari neoricchi e più o meno nazionalisti), non fu che la sanzione dell’umiliazione morale rappresentata dalla sanguinosa quanto pretestuosa esibizione dei muscoli americani nel Golfo arabo-persiano e dell’ingente dirottamento di risorse economiche (in particolare, proprio dalla Germania) che fu richiesto e ottenuto in relazione con quella impresa. Non sappiamo ancora quanto e se Gorbačev si sia reso conto del clamoroso errore di calcolo da lui compiuto quando credette di scambiare la complementarità geopolitica tra Germania  e USA (assicurata dalla rinuncia allo storico obiettivo sovietico della neutralità tedesca, e perciò dalla permanenza della NATO) con una naturale complementarità economica tra Germania e Russia riformata. Di certo Brandt, in un appassionato discorso al Bundestag contro la guerra per il Kuwait che può essere considerato il suo vero testamento politico, si mostrò infine implicitamente consapevole del proprio quasi analogo errore.

 

Il breve ritorno al governo della SPD nella Repubblica di Berlino sotto la guida di Gerhard Schroeder fu anche caratterizzato da una certa attenzione ai rapporti con la Russia postsovietica, che in modo aspramente contraddittorio stava allora assumendo una nuova stabilità dopo la devastazione prodotta dal regime cleptocratico dei neo-boiari. Sebbene le origini ideologiche e strutturali dell’euro fossero strettamente legate alla Restaurazione monetarista e neo-liberista (e sebbene le drammatiche conseguenze sociali di ciò fossero ormai in atto), la moneta europea (che aveva in qualche modo prevenuto e sostituito la pura e semplice formazione di un’area del marco apertamente dominata dalla Germania unita) conservava un potenziale innovativo nei confronti del sistema economico internazionale, e non era vista con favore nei circoli dominanti della politica e dell’economia degli Stati Uniti. L’opposizione della Germania (insieme con la Francia di Chirac) alla nuova aggressione americana in Medio Oriente nel 2003 (proprio mentre l’Iraq di Saddam si orientava a fatturare in euro le  proprie esportazioni di greggio) resta come impronta di un breve ripensamento del ruolo tedesco (e tendenzialmente europeo) nell’evoluzione del sistema internazionale;  e a questo reagiva la retorica di membri dell’amministrazione Bush che contrapponevano e stimolavano una cosiddetta “nuova” Europa identificata nei paesi già inclusi entro la sfera d’influenza sovietica ormai vicini a concludere il processo della loro adesione all’UE (mentre in realtà i loro governi erano soprattutto desiderosi di accogliere gli Stati Uniti e la NATO in funzione anti-russa).

 

Il frettoloso allargamento ad Est dell’Unione Europea, concluso proprio un anno dopo, si rivelò tuttavia strettamente connesso con una profonda e definitiva involuzione in senso socialmente e ideologicamente regressivo dell’ambiguo processo di europeizzazione della forza economica (e potenzialmente politica) della Germania unita. Ripetendo su scala allargata le dinamiche sostanzialmente annessioniste dell’unificazione, e proprio mentre l’ultimo governo socialdemocratico svoltava clamorosamente a destra sul terreno delle politiche economiche e sociali interne, la Germania saltava cioè in groppa alla sfida lanciata dagli Stati Uniti nell’Est europeo, concepito da Washington come stimolo e freno sul fianco destinato a condizionarla e controllarla tenendola in orbita, e faceva di quest’area uno spazio di espansione della propria forza economica, cementato da un conveniente accesso al credito da parte di quei paesi (a sua volta pagato mediante una costante depressione dei profili di benessere sociale).

 

Un tale svolgimento raggiunge un punto di svolta rappresentato dalla crisi ucraina del 2014, che Berlino e Bruxelles hanno in parte causato mediante una poco saggia estensione dell’ “allargamento a Est” dell’Unione, e in parte poi subiscono quando Washington decide di riprendere in mano con decisione la carta est-europea organizzando il violento rovesciamento dei cleptocrati filorussi per opera di cleptocrati dichiaratamente filoeuropei e sostanzialmente filonazisti a Kiev. In relazione con la guerra a “bassa” intensità nel Donbass, che è la conseguenza di tutto questo, tanto Berlino quanto Bruxelles adottano un profilo ambiguo esitando comunque a prendere una  posizione altrettanto decisa quanto quella di Washington: malgrado le sanzioni connesse con l’annessione russa della Crimea, cioè, mantengono aperti e frequentati i canali di dialogo con Mosca. Nel frattempo, tuttavia, le contraddizioni dell’economia globale della Restaurazione cominciano veramente a esplodere. Nel 2016 il capitalismo statunitense, sempre più penalizzato dall’evoluzione di quegli stessi processi di globalizzazione neoliberista che aveva promosso e organizzato come provvisoria cura dello strutturale esaurimento del proprio potenziale egemonico, assume una guida politica che proclama l’assoluta preminenza dell’ “interesse nazionale” in modo dieci volte più cinico e deciso che nel 1971, e a questo scopo (intanto) non esita a concepire il gioco di una carta ben più forte di quella est-europea nel suo conflitto d’interessi con l’Europa a guida tedesca: direttamente, cioè, niente meno che una carta russa (senza, naturalmente, che ciò costituisca una scelta vera e propria, e in un clima di velenosi contrasti in seno alle classi dirigenti nordamericane).

 

In una configurazione così altamente instabile e indeterminata  dei rapporti internazionali a livello globale, l’appello di Frau Merkel a un ruolo autonomo e adulto della Germania e dell’Europa suona largamente aperto a diversi sviluppi, e forse volutamente ambiguo (suo possibile pregio). Ciò  che assolutamente bisogna combattere e prevenire è uno sviluppo del tema nel senso del “patriottismo europeo” proclamato e rivendicato da Monsieur Macron con tanto di sonori verdetti a proposito di Siria (e, ovviamente, di Russia). D’altra parte, non è certo alcuna evocazione di un alternativo patriottismo europeo di sinistra che può scongiurare i pericoli annunciati da questo. La solidificazione della complessa idea di Europa in un super-Stato sovrano tra le potenze sarebbe equivalente a un suo rattrappito impoverimento (come si verificò per l’idea di Germania dopo il 1870).

 

Piuttosto, l’occasione e la sollecitazione che i tempi rivolgono adesso allo spirito europeo identificato dai più preziosi contributi che esso ha dato al genere umano attraverso Kant e Marx (l’idea di democrazia e quella di socialismo) è a produrre fatti contrastanti con l’accelerazione della corsa agli armamenti e alla militarizzazione dei rapporti internazionali in cui la crisi finale della Seconda Globalizzazione tende oggi a esprimersi, proprio come accadde per la crisi della Prima Globalizzazione poco più di un secolo fa.  Ciò comporta sviluppare veramente la critica e la conseguente ridefinzione dell’idea di sovranità, nei termini di una rete di cooperanti ed aperte quanto efficaci articolazioni territoriali della democrazia (certo capaci anche di organizzare misurati strumenti di coercizione persuasiva e dissuasiva a garanzia delle proprie libere leggi) innanzitutto come modello interno all’attuale Unione Europea (da riformare radicalmente né  senza una conveniente quantità di attente ma decise demolizioni), e insieme come stimolo  a una più ampia e positiva evoluzione della comunità internazionale.

 

Raffaele D’Agata



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