Eppur si muove

Il criterio di appartenenza alla nuova realtà che sta per prendere vita il 18 giugno a Roma dovrebbe essere costituito soltanto (ma seriamente) da ciò che si vuole e da ciò che non si vuole (il cosiddetto “programma”, come già accadeva nel solo esempio di vero “campo largo” del lavoro e della democrazia che la storia italiana abbia conosciuto, cioè il Partito comunista italiano rifondato nel 1945)

Ciò che sta per prendere vita al Teatro Brancaccio di Roma il 18 giugno annuncia finalmente di somigliare molto all’Alleanza del Lavoro che anche noi come tanti vedemmo essere implicita, ed energicamente domandata, dal potente sussulto democratico del 4 dicembre, quando innumerevoli persone soprattutto giovani, restate a lungo lontane dai seggi elettorali , vi ritornarono in massa, così da imprimere una forte caratterizzazione al rigetto dello stravolgimento della Costituzione che era stato tentato. L’appuntamento del 18 giugno annuncia cioè – se le premesse saranno sviluppate in modo coerente – lo strumento che possa finalmente portare il peso di quei sentimenti,di quegli interessi e di quei bisogni, a sbilanciare e scardinare la gabbia di convenzioni, artifici, pesanti distorsioni, arbitrii, opportunismi e adattamenti, che ormai per troppo tempo si è comunque effettivamente formata e ha comunque finito effettivamente per blindare un sistema di diseguaglianze, di esclusioni, e di garantito predominio degli interessi e dei privilegi di un’oligarchia.

Un solo difetto (superabile) può essere riconosciuto nell’appello di convocazione. Venuto, come doveva, dall’interno dei “Comitati per il No” in difesa della democrazia costituzionale in collegamento con le reti locali della mobilitazione civica, e perciò dalla ormai larga e diffusa esperienza di militanza politica comune tra cittadine e cittadini amanti dell’eguaglianza e del bene comune e non più divisi da questa o quella tessera (o dall’averne o non averne), doveva forse però venire più presto, per quante comprensibili spiegazioni vi siano. L’apparente accelerazione di tempi per una nuova legge elettorale e per un conseguente vicino appuntamento con le urne può essere stato uno stimolo improprio e perfino pericoloso. L’importante, comunque, è che adesso finalmente si parte.

Grazie anche all’apparente ridimensionamento della più immediata urgenza elettorale, la nuova realtà può essere veramente e prima di tutto ben più che una lista da presentare al voto, mentre deve necessariamente e anche utilmente continuare ad essere (in un certo senso) meno di un “partito” (non essendo più in questione, fortunatamente, il tema dello scioglimento, richiesto o rifiutato, di organizzazioni politiche esistenti). Nello stesso tempo, e in un altro senso, la nuova realtà può cominciare ad essere più che un partito, ossia più che un “partito” tra gli altri e come gli altri che in questo o quel modo, più o meno nobilmente, abbiano recitato un ruolo entro il sistema politico della cosiddetta “seconda” Repubblica. Può essere cioè il processo di formazione del Partito Nuovo che abbia unità e forza sufficienti per guidare la riscossa della democrazia del lavoro e della solidarietà.

Riconoscendo e definendo così l’essenza di ciò che bisogna fare, le scelte su ciò che è in discussione conseguono. La realtà nuova, se vuole vivere ed essere ciò che promette a se stessa e ai tempi, non può condividere nulla – perfino nel linguaggio – con la realtà cui è chiamata a contrapporsi, almeno in quanto sistema di convenzioni e di ruoli. Termini come centrosinistra, polo, coalizione, governabilità, non possono avere senso nel suo pensiero e nella sua azione conseguente. Può e dovrebbe certamente seguire con partecipazione e interesse i tormenti di quanti, avendoli lungamente usati ed avendo lungamente agito secondo i corrispondenti schemi, prendono atto adesso del vicolo cieco in cui sono andati a trovarsi e cercano di collocarsi diversamente (e perfino forse, tendenzialmente, dalla parte giusta); ma senza aspettare i loro tempi e senza restare coinvolta nei loro persistenti equivoci.

La nuova condivisa officina di pensiero e di azione, che da adesso dovrebbe servire la causa dell’eguaglianza e del bene comune, non potrebbe né dovrebbe chiudersi in, anticipo ad alcun contributo né ad alcuna esperienza. Il criterio per prendere parte alla sua costruzione non può essere costituito da ruoli avuti nel passato o anche tenuti frattanto nel presente, anche se la sensibilità di gran parte delle persone cui innanzitutto il lavoro si rivolge (ossia il popolo del 4 dicembre, appena provvisoriamente uscito dall’astensionismo elettorale o ancora portato a restarvi) dovrebbe essere rispettata, e alcuni passi di lato dovrebbero essere dettati da una sensibilità corrispondente, o efficacemente suggeriti ove questa manchi.

Premesso ciò, il criterio di appartenenza non può essere costituito che da ciò che si intende fare, da ciò che si vuole e da ciò che non si vuole (il cosiddetto “programma”, come già accadeva nel solo esempio di vero “campo largo” del lavoro e della democrazia che la storia italiana abbia conosciuto, cioè il partito comunista italiano rifondato nel 1945). Non dovrebbe perciò importare da dove si venga o che cosa si sia stati purché sia chiaro (almeno) che non il denaro deve determinare quanta e quale economia (ossia quanta e quale vita e quanto e quale lavoro) gli servano, ma quanto denaro debba sapientemente essere messo in essere e in movimento per l’economia (ossia per la vita e per il lavoro); che le necessità comuni hanno priorità su qualunque interesse privato; che nello spazio europeo la critica dell’idea di sovranità dovrebbe essere estesa a quella stessa sovranità mascherata e potente che le attuali istituzioni dell’Unione europea esercitano a vantaggio di pochi interessi, così come a quella che sarebbe attribuita a un deprecabile super-Stato “europeo” che sia potenza tra le potenze in questo mondo febbricitante; che l’idea di sovranità popolare debba essere rivendicata entro una rete di pacifiche e cooperanti articolazioni anche territoriali della democrazia, dal libero Comune a ciò che di meglio lo “Stato” stesso abbia rappresentato nella recente storia della democrazia.

Possiamo essere uniti e forti in un simile nucleo di princìpi, di cui alcune articolazioni sono state appena menzionate come esempio, mentre altre se ne sviluppano con coerenza. Tra queste, il rifiuto non soltanto e innanzitutto della guerra in generale ma specificamente delle guerre condotte in nome dell’ “Occidente” dalla fine del secolo scorso ad oggi; il dovere umano dell’accoglienza che a quel rifiuto e a quella condanna è strettamente legato, e si intreccia con la cura di un sobrio e dignitoso decoro e con la cura quotidiana e anche serenamente severa del bene comune, superiore ad ogni muscolosa ed estemporanea esibizione di apparati di sicurezza.

Queste parole possono forse suonare come la descrizione di un sogno. E del resto la capacità e la volontà di sognare, la funzione efficace del sogno, sono parte essenziale dell’opera nuova.

Raffaele D’Agatq



Categorie:Uncategorized

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