Uniti, inclusivi, radicali

Se ci liberiamo dagli ultimi residui delle idolatrie mentali del passato (e li riconosciamo), dopo il Brancaccio (e dopo il promettente exploit delle liste civiche di sinistra) questa volta possiamo veramente fare molto, e presto.

Molto tempo e molti pensieri sembrano ancora consumati nel ragionare su chi e quanti si debba essere. Ciò che invece si tratta innanzitutto di stabilire e di riconoscere è che cosa (e allora sì, in quanti) si convenga di volere o di non volere adesso e d’ora in avanti per quanto riguarda il lavoro e i suoi diritti, il denaro e il controllo delle sue funzioni, la resistenza democratica alle vessazioni oligarchiche contrabbandate come europee, la salvezza della terra e dell’aria in cui viviamo, la difesa e l’accoglienza dei disperati in fuga, la pace o la guerra.

Le quattro oligarchie politiche che attualmente si contendono il residuo interesse degli elettori, in uno spazio pubblico inquinato e distorto da oltre un ventennio di manipolazioni delle regole democratiche e di reazioni restate comunque carenti, o semplicemente ignorano queste sfide, oppure ne fanno tema di squallide mistificazioni, che talvolta mirano ad eccitare e sfruttare gli istinti peggiori. Non possiamo assolutamente lasciare che, nelle imminenti elezioni per il nostro Parlamento, già rese così difficilmente praticabili dai caotici e disastrosi effetti di quelle manipolazioni, tutto si riduca a una contesa mediatica tra di esse.

Nessuna persona pubblica, nessuna aggregazione di idee e di esperienze politiche,così come nessuna semplice cittadina o cittadino, merita di essere respinta pregiudizialmente prima di essersi dichiarata sul modo di affrontare quelle sfide, e prima di avere fatto ogni sforzo per distinguere radicali insensibilità e indisponibilità verso le esigenze che ne derivano, che ancora disgraziatamente vi siano, da ragionevoli discrepanze nel discernimento delle vie giuste per farvi fronte.

Dopo il Brancaccio, l’eco delle querimoniose dispute circa la “forma-partito” e i suoi destini, le virtù o i vizi della società civile, le identità rivendicate o gli identitarismi deprecati, sembra attutita, e si può sperare che sparisca del tutto, anche se il suo residuo si è lasciato percepire da alcuni (più o meno fondatamente) perfino sotto forma di riflesso di anticomunismo culturale (più o meno inconscio). L’esperienza dell’unità reale di persone reali che rivendicano e praticano ideali di eguaglianza e di solidarietà si è largamente espressa e ha dato il tono, amplificando i suoi promettenti effetti già anche elettorali in più di una importante città. Il personale politico che si muove istituzionalmente “a sinistra del PD” sembra avere accettato questo, ed è stato accettato a sua volta, anche se le passate e tradizionali contrapposizioni hanno fatto sentire la loro eco (che deve svanire).

Addirittura un ex-Primo ministro, già alla guida di uno dei governi di centro-sinistra il cui bilancio negativo rientra in modo essenziale nella nostra condivisa visione delle cose, ha seguito attentamente e con interesse l’assemblea come membro tra i più influenti di una formazione parlamentare di recente formazione e di recente ingresso entro il campo delle forze disponibili alla costruzione di una larga e incisiva forza di sinistra alternativa al PD. Questi passi devono essere accolti e incoraggiati, in quanto naturalmente si traducano nella condivisione di scelte programmatiche precise. Così come non aveva senso additare il Giolitti della guerra di Libia per rifiutare il Giolitti della neutralità nel 1914, insistere ancora troppo nel ricordare al D’Alema filo-corbyniano di oggi (se veramente intende esserlo) l’indubbio peccato della guerra di Serbia aiuterebbe soprattutto Renzi (così come gli antigiolittiani di allora furono preziosi per i Salandra, i Sonnino, e i Mussolini.

Raffaele D’Agata

 



Categorie:Uncategorized

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