«Federatore» è il movimento reale

Il ruolo di “federatore”, con le connesse responsabilità, non spetta a questa o quella personalità più o meno comprensibilmente ornata di carisma, ma piuttosto al movimento reale dell’unità, che ha già reso possibile il miracolo del 4 dicembre con la sua auto-mobilitazione trasversale, e che si articola anche in tuttora forti e rappresentative organizzazioni del mondo del lavoro.

Intervenendo sul “Manifesto” sabato 29 luglio, Aldo Tortorella ha messo in luce due verità fondamentali. Primo: se nel prossimo Parlamento deve esserci una forza di sinistra abbastanza grande per essere incisiva quanto è necessario, non si può pensare che questa non includa mentalità e persuasioni differenti. Secondo: tali differenze devono e possono essere tenute insieme da un principio di “autorevolezza morale”, essendo esclusa qualunque forma di imposizione coercitiva simile a un vincolo di mandato per gli eletti, peraltro escluso dalla nostra costituzione. Così appunto accadeva nel PCI di un tempo, il quale seppe perfino di dare spazio e autonomia a una rappresentanza parlamentare distinta come la “Sinistra indipendente”, formata da eletti nelle sue liste.

Questo dovrebbe accadere adesso, certo. Può ancora accadere?

L’elemento cruciale è proprio l’ “autorevolezza morale”, ossia il luogo almeno ideale (ma non soltanto, necessariamente) ove questa risieda. Come Tortorella sembra quasi suggerire, ciò può essere dato già dalla condivisione impegnativa di alcuni scopi fondamentali, fatte salve differenze quanto al modo di conseguirli e presumendo (si può intendere, e aggiungere) che tali differenze non derivino da altro che da onestà di ricerca intellettuale. Tuttavia c’è un altro aspetto della questione che non può essere trascurato, cioè la credibilità del messaggio in una situazione di prostrazione morale, anzi di vera crisi di civiltà, come quella in cui il nostro paese ormai versa non da solo ma in modo particolare, e particolarmente grave.

In una situazione del genere il messaggio deve essere eccezionale e radicale: perfino, a suo modo, demagogico (come del resto si disse a proposito del messaggio di Franklin Roosevelt). In particolare deve avere il chiaro senso di una restaurazione della dignità e del peso dello Stato democratico, della sua superiorità rispetto all’arbitrio privato, del suo ruolo attivo e preminente nel promuovere il diritto al lavoro, i diritti nel lavoro, e i relativi doveri di solidarietà.

Se questo è chiaro ed è condiviso, una strada diritta e giusta tra il burrone delle cosiddette rottamazioni, e la palude dei carismi presunti e indiscutibili, si deve e si può trovare. A chi intende muoversi adesso in quella direzione non si dovrebbe domandare da dove provenga, ma verso dove abbia intenzione di andare ora. Però (ecco), in quale forza, in quali processi, in quale soggettività plurale e condivisa, risiede adesso l’ “autorità morale” capace di fare tali scelte? Quella soggettività, insomma, di cui attualmente si parla come del “federatore”?

Certo,  una tale autorità e un tale ruolo non  può essere riconosciuto in una personalità preventivamente e più o meno convenzionalmente dichiarata carismatica (oltretutto, all’improvviso): tanto meno se un tale conferimento viene da un quotidiano già noto per averne dati altri con facilità nel recente passato (perfino, inizialmente, a Matteo Renzi). Ancora meno, poi, se una tale personalità abbia esplicitamente negato l’esistenza delle “condizioni politiche” per venire ad ascoltare le voci di un movimento entro il quale scorre  la linfa nuova di cui la politica democratica mostra di avere sete attualmente. Se infine una tale personalità trova invece le condizioni politiche per una cordiale presenza in campo avversario (in qualche modo ammissibile, semmai, soltanto dopo averlo combattuto ed essersi contati), è evidente che la pretesa cade da sé.

Il ruolo di “federatore”, con le connesse responsabilità, spetta piuttosto al movimento reale dell’unità, che ha già reso possibile il miracolo del 4 dicembre con la sua auto-mobilitazione trasversale, e che si articola anche in tuttora forti e rappresentative organizzazioni del mondo del lavoro. Tale movimento comprende e attraversa (interrogandoli) i partiti, il loro personale  politico, le loro militanze non sempre attive e vivaci o comunque chiamate ad esserlo: tanto da avere bisogno, per il loro stesso bene, di un simile bagno di vita e di realtà.

Quella parte di tale personale politico che opera nell’attuale parlamento, o ha comunque una storia e un’esperienza a livello istituzionale, costituisce certamente una risorsa per la nuova forza da costruire,  qualunque errore possa avere compiuto nel passato. È giusto attendersi che tenga conto del movimento reale e delle voci che lo esprimono. Il 18 giugno al Brancaccio di Roma qualcuno ha avuto la saggezza di farlo; e un tale genere di rapporto rappresenta ancora il modello del solo percorso credibile ed efficace verso l’unità veramente larga, e vitale, di cui la democrazia italiana ha urgente bisogno adesso.

Raffaele D’Agata



Categorie:Uncategorized

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