Il vero errore di Syriza (e la furia di Mélenchon)

Può essere troppo facile disprezzare chi è costretto a sorridere all’aguzzino; e che, se forse può avere sorriso troppo, non è stato il solo.

Per prima cosa, dovrebbe essere chiaro che la rissa suscitata dall’anatema contro Syriza lanciato dal Parti de Gauche francese alla fine di questo gennaio poteva e doveva essere evitata. Poche cose sarebbero state meno utili, per affrontare i problemi che l’esperienza greca indubbiamente solleva, rispetto al rito formale – non si sa se piuttosto avvocatesco oppure vagamente terzinternazionalista – di una richiesta di “espulsione” dal già abbastanza formale e non troppo trascinante Partito della Sinistra Europea. Parlare seriamente di tali problemi, toccando la questione di fondo da cui sostanzialmente derivano, diventa così ancora più difficile; ma anche più necessario.

Ciò che sta alla radice, in effetti, è l’europeismo di sinistra in quanto ideologia oggi (ce ne fu uno ragionevolmente fondato alcuni decenni fa, che fu sconfitto; ma questo è un altro discorso). Una tale ideologia non è affatto necessaria al fine di comprendere e in qualche modo giustificare, come bisogna, la maggior parte delle scelte fatte dal governo greco di Alexis Tsipras negli anni recenti. E, contemporaneamente, un mancato riconoscimento dell’enorme difficoltà di fare scelte del tutto diverse nella situazione greca indebolisce la chiarezza e l’efficacia della critica di fondo che pure bisogna rivolgere nei confronti di quella ideologia.

Il governo di Syriza, in un paese di non grande taglia e dotato di una base industriale (nonché postindustriale) tutt’altro che forte, ha abbastanza comprensibilmente evitato lo scontro con quegli stessi poteri e quelle stesse regole dell’Unione Europea che Syriza aveva pure fortemente attaccato durante la propria ascesa verso la guida del paese. Ha valutato che era meglio restare al proprio posto cercando almeno di proteggere la popolazione da possibili miserie e tragedie ancora più gravi (perfino) come effetto della medesima stretta finanziaria che quei poteri si mostravano comunque in grado di imporre (o direttamente a un governo ancora più compiacente, o indirettamente come conseguenza dell’isolamento e degli inesorabili castighi che sarebbero stati la risposta a una ribellione da parte del sistema dominante). Lenin non ragionò troppo diversamente da così (almeno fino a questo punto) allorché persuase i suoi riluttanti compagni di governo e di rivoluzione ad accettare il trattato di Brest-Litovsk nel 1918. Ma c’è un’importante differenza.

Lenin, cioè, non cessò mai di chiamare gli imperialisti con il loro nome e con la loro qualificazione più appropriata, cioè quella di briganti; né pensò minimamente di sorridere a supposti briganti buoni (nel suo caso, cioè, alle potenze dell’Intesa, e nel caso di Syriza talvolta purtroppo qualche Macron e qualche Renzi). Può essersi anche trattato – certo – di sorridere all’aguzzino tenendo saldi i nervi e scrutando con ansia l’orizzonte in attesa di segni di una via d’uscita indenne. È giusto coltivare questo dubbio, ed è per questo che Mélenchon (da lontano) non è stato abbastanza giusto. Tuttavia, una certa       subalternità ai miti dell’europeismo ideologico manifestata non soltanto da buona parte di Syriza, ma soprattutto da parte significativa dei gruppi dirigenti della Sinistra Europea, è un elemento che rende complesso l’esame dei fatti. Effettivamente, sembra proprio esserci un eccesso di cortesia, se non di sorrisi, per quanto errato possa essere cominciare la critica di ciò proprio additando chi potrebbe anche esservi costretto.

Al fondo, l’europeismo di sinistra corre il rischio di assumere nei confronti dell’Unione Europea (questa fuorviante e pericolosa distorsione dell’idea di Europa) lo stesso atteggiamento che la nascente socialdemocrazia finì per assumere (essendo perciò fortemente criticata da Marx) nei confronti dello Stato bismarckiano (concretizzazione fuorviante e accertatamente disastrosa, a sua volta, di un’idea di Germania che si presentava ben altrimenti complessa e ricca di implicazioni nel diciannovesimo secolo). Né mancano oggi circa l’Europa (così come non mancarono circa l’evoluzione del mondo germanico nell’Ottocento) forti pressioni favorevoli a un tale genere di tanto rattrappita quanto ferrea distorsione, da parte di forze determinanti a livello di sistema-mondo. E in effetti l’europeismo di sinistra, in quanto ideologia odierna, appare alquanto incline a mettere in secondo piano il problema del doppio ruolo di Bruxelles come sede tanto della maggior parte degli uffici e delle sedi istituzionali dell’Unione Europea quanto del quartier generale di un blocco militare esclusivo ed aggressivo.

Molti di coloro che si accaniscono contro il mal definito termine (e pseudoconcetto) di “sovranismo” come pericolo incombente su processi evolutivi di diverso segno sembrano trascurare del resto le manifestazioni dell’alto tasso di sovranità esistente oggi nel sistema-mondo, inclusi i suoi punti di più antico e consolidato sviluppo, ed inclusa la stessa Europa. Trascurano soprattutto che la composizione del fenomeno tende a concentrarsi proprio sul suo aspetto militare (e proprio a detrimento degli elementi democratici inglobati in qualche modo nel passato più recente). E rischiano così di sbagliare clamorosamente il tiro, quando non addirittura di facilitare almeno indirettamente i maligni sforzi che tendono a sviluppare ulteriormente la concentrazione della sovranità nel suo aspetto militare e geopolitico, nella prospettiva di un qualche super-Stato “europeo” in cui l’idea di Europa sarebbe irrigidita e rattrappita quasi nello stesso modo sinistro in cui l’idea di Germania    lo fu dopo il 1870.

Per scongiurare tutti questi rischi, e per combattere seriamente le inaccettabili realtà esistenti, meglio è quindi parlare oggi di internazionalismo piuttosto che di europeismo. Ciò significa tendere a superare il vero e realmente esistente sovranismo lungo le vie della sicurezza collettiva, che è comunque incompatibile con cose come la NATO. E significa tendere a costruire una vera e reale interdipendenza nella cooperazione a partire dalle reali necessità comuni, che è comunque incompatibile con cose come il trattato istitutivo della Banca centrale europea e con i suoi principi ispiratori: comunque si voglia o si debba poi chiamare i segni monetari entro le nuove regole che sono da costruire, e comunque si possa argomentare e anche dissentire circa le misure più immediate da prendere o da perseguire.

Raffaele D’Agata



Categorie:Uncategorized

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