Tuoni di guerra e piazze deserte

Come nel 1914? Questo non sia, ma se avremo ancora tempo è su questo deserto che dobbiamo aprire gli occhi, e le menti, per risalire.

Piazze vuote, o tutt’al più piene di “normale” traffico, e gente muta o loquace per altre e più circoscritte cure, sono la sola reazione visibile ai tuoni di guerra che nuovamente rimbombano minacciosi dal cuore dell’Impero. Mai hanno risuonato ancora così minacciosi, da quel cuore torbido, dopo il febbraio del 2003, quando però almeno le piazze furono riempite in tutto il mondo dal popolo della pace, sconfitto sì, ma con onore. Anzi non soltanto con onore ma (in quel tempo) anche con speranza: precisamente quella speranza che qualcosa o qualcuno evidentemente ha reso vana in questi quindici anni di inferni apparentemente lontani, e di ricorrente orrore e quotidiano torpore nelle nostre contrade. Con un brivido, la mente corre alle piazze vuote della fine di luglio del 1914, quando nessuno si alzò o tanto meno chiamò a vendicare Jaurès, e le menti apparivano torpidamente e insanamente oscillanti tra semplice rassegnazione al fato o addirittura ira contro un Nemico. Così non sia oggi, certo. Ma – se vi sarà ancora tempo – da questo deserto morale, intellettuale e politico bisognerà ripartire.

Le piazze vuote sotto i tuoni di guerra sono la manifestazione più spietata del nulla odierno della “sinistra”. In effetti la “sinistra” stessa è nulla, essendo un termine relativo e polivalente che non ha mai significato alcunché di permanente né di chiaramente distinguibile da altro. Si cominciò a usarlo dalla fine del secolo scorso per pudore o per opportunismo in luogo di socialismo e di comunismo; e da raffinata (troppo raffinata) metafora di quegli ideali, ancora troppo cari alle persone comuni e semplici, ciò fu progressivamente trasformato in loro rifiuto e rigetto, sorretti da una poderosa macchina del consenso, o del nonsenso.

Così, quella che era stata la più gelosa e unificante consegna delle persone comuni e semplici dopo la comune vittoria sul mostro nazifascista, cioè la difesa della pace, è restata senza presidio. Guardando alla scena internazionale, la “sinistra” non distingue tra politiche di guerra, a loro volta prodotte e richieste da sistemi di guerra, e politiche prevalentemente orientate al negoziato e alla sicurezza collettiva, né tra politiche dominate da interessi particolari e privati e politiche che comunque e anche contraddittoriamente possano costituire una leva per costruire uno spazio favorevole a interessi più generali. La distinzione che tende ad imporsi è semmai quella, sempre molto vaga, tra “democrazie” e “dittature”, e tutt’al più la “sinistra”spreca inutilmente fiato per cercare di confutare il modo in cui l’ideologia dominante costruisce e determina una tale raffigurazione: quasi che gli alleati dei Monarchi del Golfo e delle loro fanatiche pedine, nel cuore dell’Impero, abbiano la minima sensibilità per tali cose e meritino l’onore di un contraddittorio.

Se avremo ancora e di nuovo tempo di lottare contro la guerra, facendo di ciò, come sempre ed essenzialmente è stato, una delle architravi di una politica che rinnovi gli ideali e la forza del movimento operaio e democratico, dovremo perciò avere abbastanza coraggio e sapienza per stare con la Siria laica e multiculturale e con le sue interne riforme interrotte dal fuoco e dall’orrore dei fanatici armati dai Monarchi del Golfo e dalle trame dell’Impero. E dovremmo anche avere la sapienza che permetta di vedere che, così come l’Unione Sovietica fece propria l’eredità multinazionale dell’Impero russo come spazio di stabilità geopolitica e la volse a una più avanzata politica di sicurezza collettiva – concorrendo anche contraddittoriamente a determinare le condizioni globali entro cui la democrazia conobbe uno sviluppo che fu comunque relativamente il più intenso in tutta la storia umana – l’odierna Federazione Russa, insieme con le pesanti scorie del devastante Termidoro eltsiniano, eredita in politica estera gran parte della tradizione di servizio ai princìpi della sicurezza collettiva che si può riconoscere come il filo rosso della politica mondiale di Mosca da Cicerin a Litvinov, per finire con Gromyko (ed essere, naturalmente, svenduta con Shevarnadze).

Questi concetti, naturalmente, non sono facili, tanto più nella nostra epoca di slogan televisivi e di demagogia mediatica. Ma se ancora vogliamo sperare, la fatica del pensare è tra le ultime cose che potremmo mai pensare di risparmiarci.

Raffaele D’Agata



Categorie:Uncategorized

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