25 aprile: liberazione e rivoluzione

Le ragioni profonde e universali della Resistenza  antifascista sono chiamate oggi a manifestarsi e operare nella lotta per la pace. Per la pace, ma lotta. Lotta, ma per la pace.

“Per dignità non per odio”. Scolpite nella lapide dettata da Piero Calamandrei per la città partigiana di Cuneo, queste parole sono tra quelle che meglio esprimono il senso universale della Resistenza antifascista, alla cui conclusione vittoriosa le istituzioni della nostra malata e languente Repubblica tuttavia dedicano un giorno di celebrazione e di festa ancora in questo 25 aprile.

Certamente, il mantenimento di questa data festiva contrasta con il lungo e quotidiano abbandono e con la costante umiliazione degli ideali e delle consegne che i martiri e fondatori della Repubblica affidarono a quanti debbano rappresentarla e guidarla, in ogni tempo: dalla promozione della solidarietà e della giustizia sociale all’accesso dei giovani (e purtroppo degli ormai non più giovani) al sapere, che forma il cittadino. E certamente mai come dopo le elezioni del 4 marzo 2018 lo spirito della nazione, cioè i suoi sentimenti più diffusi, hanno mostrato tanto disorientamento, né la maggior parte dei suoi rappresentanti ha manifestato una tale distanza da quegli ideali e da quelle consegne. Senza per ora soffermarsi una volta di più su questa triste constatazione, vale intanto la pena  – proprio in questo clima arido, e proprio in mezzo a questa diffusa carenza di fede e di operosità democratiche – riflettere su quelle parole di Calamandrei, e sul messaggio universale che esprimono.

“Non per odio”? Che senso ha? Dopotutto, i partigiani fecero la guerra. Uccisero; così come affrontarono, e in molti subirono, la morte violenta. E odio vi fu, in quella guerra, diffusamente. La stessa Armata rossa che liberò i sopravvissuti all’orrore dei campi della morte è quella che si abbandonò a selvagge vendette su tutto il popolo da cui gli sterminatori provenivano, ne violentò le donne e scacciò milioni di persone dalla loro terra e dalle loro case. Vendette collettive, feroci e indiscriminate, ebbero luogo spesso: in particolare nei confusi e incerti spazi di frontiera abitati da italiani, dove si riversarono comunque sui connazionali degli spesso impuniti responsabili dei crimini dell’imperialismo italiano (e non soltanto fascista) nei Balcani. Si  potrebbe continuare a lungo, purtroppo. Salvo ricordare – appunto – che l’Italia resta ancora lontana dal riconoscere e dal veramente sconfessare i crimini  commessi in suo nome, proprio mentre si offre attualmente come uno dei maggiori produttori ed esportatori di armi di sterminio, e tra i paesi più diffusamente presenti in teatri di guerra nel  mondo.

E tuttavia il miracolo della Resistenza antifascista, in Italia e nel mondo, sta in ciò: che mai prima di allora (né, ancora, dopo) un così grande numero di esseri umani, con mentalità, tradizioni e convinzioni tanto differenziate, si trovò unito nel riconoscere quale male fosse necessario respingere: o attivamente (con la stessa violenza bellica che quel male aveva scatenato, e adorava) o passivamente (con le quotidiane strategie di sopravvivenza che si mostrarono  largamente e profondamente solidali con i combattenti nell’individuazione del medesimo nemico, ossia del medesimo male).

Un tale comune sentire e un tale comune riconoscimento di valori apriva orizzonti nuovi e promettenti. Essenzialmente, aprivano la speranza di un’umanità capace veramente di riconoscere sé stessa, cioè di riconoscere sé nell’altro  e di fare di sé e dell’altro, reciprocamente, un fine. E la stessa “grande” politica (influenzata già da una rivoluzione che aveva comunque cominciato a scalfire una millenaria struttura di rapporti tra lavoro e libertà, lavoratori e liberi, essere e avere) mostrava di inclinare a suo modo verso una tale tendenza, delineando e in parte cominciando a realizzare una forma di economia orientata a commisurare il denaro alle necessità del vivere operosamente, e non più ad ammettere soltanto tanto vivere e tanto operare  quanto il denaro richieda (come invece ritorna ad accadere oggi, prepotentemente e più che mai).

Fu dapprima attraverso la guerra fredda che l’avidità e gli interessi esclusivi spezzarono l’unità di spirito dell’antifascismo mondiale. E  nell’ambiente creato da una tale scissione i particolarismi proliferarono in modo crescente: particolarismi di classe (cioè ovviamente della classe proprietaria del capitale, particolare per definizione), di identità etnico-culturale, infine (addirittura) di religione. Germi e spore del male combattuto e vinto settantatre anni addietro si diffondono e proliferano, in complesse ma spesso non molto meno orrende e nefande contaminazioni.

In un ambiente tanto devastato, la difesa e la rivendicazione delle ragioni del lavoro, della solidarietà e della pace, si presenta ardua già quanto alla stessa individuazione del nemico, così come quanto al discernimento dei segni e delle possibilità di alleanza con il massimo spettro di forze che possano aiutare a contenerlo e contrastarlo. Il blocco costituito dall’imperialismo aggressivo di matrice anglosassone (la NATO), dall’esclusivismo ed eccezionalismo sionisti, e dal retrivo ed aggressivo insieme delle sontuose monarchie sunnite, è certamente il nucleo essenziale da contenere, isolare e disarticolare, anche valorizzando le tendenza pacifiche e democratiche che comunque fanno parte (per ora subalterna, ma non sempre in passato) delle tradizioni e delle presenti realtà del mondo anglosassone e del mondo ebraico. Da un’altra parte vediamo oggi un insieme contraddittorio di forze e di tendenze, alcune delle quali certamente non sono affatto immuni dall’ondata di atavismo e di oscurantismo (specialmente, religioso) che si sviluppò prepotente nell’ultima parte del secolo scorso mentre tuttavia mostrano spesso (e prevalentemente) orientamenti favorevoli a un ordine internazionale plurale e fondato sulla sicurezza collettiva.

Con tali criteri di orientamento, la lotta per la pace può trovare in questo 25 aprile occasioni e motivi per riorganizzarsi e riprendere con energia. Lotta par la pace, ma lotta. Lotta, ma per la pace.

Raffaele D’Agata

 



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