Per la Palestina, per il Medio Oriente, per la pace

La manifestazione nazionale del 12 maggio per la Palestina è anche un’occasione per costruire l’atteso e necessario ritorno sulla scena della “potenza mondiale” del popolo della pace

 

L’estrema fluidità e l’apparente mancanza di logica nello sviluppo dei rapporti tra le potenze mondiali in queste settimane non costituiscono (purtroppo) un fenomeno mai visto. Anche nel 1938 e nel 1939 la sequenza dei maggiori avvenimenti della politica internazionale presentò caratteri dello stesso genere. In quel periodo infatti la Germania nazista passò piuttosto rapidamente da un’intesa con Francia e Gran Bretagna (il famoso Patto di Monaco), che era guardato come promettente e quasi strategico in molti ambienti influenti nelle tre capitali, a sondaggi nei confronti del regime dei colonnelli polacchi per una possibile impresa militare comune verso Oriente, e quindi a una brusca rottura con la Polonia stessa e a crescenti e minacciose  pressioni  su Varsavia che mettevano in conto una fulminea aggressione. E in preparazione di questa – appunto – Berlino stupì tutti firmando un accordo di temporanea pacificazione con l’arci-nemico sovietico, maledetto fino al giorno prima come il nido del male. Ed ecco quindi, puntuale, il colpo di maglio sulla Polonia, destinato ad evolvere (contro le previsioni e i propositi iniziali di Berlino, e non solo) in ciò che fu la seconda guerra mondiale.

Quindi, se mettiamo oggi gli Stati Uniti al posto della Germania, la Corea del Nord al posto dell’Unione Sovietica, e naturalmente (e purtroppo) l’Iran al posto della Polonia, tutto può risultare abbastanza leggibile. Reduce dallo “storico” viaggio a Pyongyang, il nuovo sanguigno capo della diplomazia a stelle e strisce si reca nell’interminabilmente martoriato Medio Oriente per rinsaldare il blocco americano-sionista-sunnita che lo va insanguinando da anni, sapendo bene che la componente sionista e quella monarchico-sunnita di tale blocco scalpitano da tempo per vedere il più possibile della Persia ridotto in cenere, e lo stesso presidente Trump si dispone a inaugurare una sede diplomatica americana in un territorio illegalmente occupato e soggetto a violente pratiche di pulizia etnica.

Naturalmente, l’Iran degli ayatollah non merita (in sé) più simpatie democratiche di quante la Polonia dei colonnelli ne meritasse nel 1939. Naturalmente, l’ideologia e le pratiche del partito palestinese diventato il più influente (con il favore iniziale di Israele) in questo secolo, cioè Hamas, ispirano almeno prudenza per il futuro. E naturalmente la maggiore potenza che possa tenere in scacco il blocco americano-sionista-saudita livello di strategia mondiale, cioè la Federazione Russa, merita critiche serie almeno per la disinvoltura con cui ha tollerato e in qualche modo favorito la feroce campagna del regime di Erdogan contro il più promettente fattore di speranza nel buio mediorientale, cioè il federalismo democratico curdo. Ma nel dramma che si sta svolgendo tutte queste considerazioni devono passare in seconda linea.

La manifestazione nazionale del 12 maggio per la Palestina, contro il brutale tiro a segno esercitato dalle truppe sioniste su Gaza assediata, e  per il diritto di tutte le persone di tutte le nazionalità e culture storicamente legate alla terra palestinese ad abitare una Palestina libera, democratica e laica, può essere perciò anche un’occasione per costruire l’atteso e necessario ritorno sulla scena della “potenza mondiale” del popolo della pace. La sua agenda specifica non può infatti  essere attuata senza allargare l’orizzonte al destino dell’intero Paese della Guerra, nodo fondamentale delle correnti profonde che determinano oggi il destino dei popoli del mondo.

A questo fine sempre maggiore chiarezza è richiesta nell’individuazione del fondamentale avversario di oggi e nel riconoscimento – oggi – delle possibili alleanze.

Raffaele D’Agata



Categorie:Uncategorized

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