Tra Varoufakis ed Eurostop

Il movimento democratico e rivoluzionario di resistenza al dominio del capitale globale in Italia e in Europa è indebolito e frenato da una divisione che non è né inevitabile né insuperabile, e dovrebbe essere risolta prima delle prossime elezioni dette europee.

Sembra, fino a questo momento, che si tratti di decidere se il movimento democratico e rivoluzionario di resistenza abbia da svilupparsi nella forma di un’opposizione fondamentalmente leale alle istituzioni dell’Unione Europea o se, al contrario, debba negare pregiudizialmente la legittimità di queste e comportarsi di conseguenza. In base alla prima opzione, è chiaro che i radicali cambiamenti di regime che dovrebbero riguardare comunque l’Unione Europea dal punto di vista del movimento dovrebbero passare attraverso procedure di revisione costituzionale previste o implicite nel suo presente ordinamento, inclusa (in tale materia) la regola dell’unanimità dei governi degli Stati membri. E sembra altrettanto chiaro che ciò è destinato a rendere le relative proposte politiche (ed elettorali), per quanto apparentemente ragionevoli, drammaticamente spostate rispetto ai tempi di evoluzione o meglio involuzione della presente e storica crisi politica, economica e sociale.

La seconda opzione si presenta immediatamente giustificata dalla forte carenza di investitura democratica non soltanto dei principali organi di governo dell’Unione, ma innanzitutto dello stesso processo di formulazione e sanzione dei suoi principi istitutivi, lesivi a loro volta di principi costituzionali di alcuni Stati membri che ebbero invece a suo tempo una forte legittimazione. Tuttavia la seconda opzione sembra avere difficoltà a fare i conti nella società con un esteso tessuto di situazioni (non certamente riducibili a privilegi) che hanno ormai reso comunque importante e difficilmente rinunciabile, per moltissime persone, una condizione di appartenenza alla stessa attuale Unione.

Inoltre, la seconda scelta – malgrado i fortissimi argomenti su cui può contare – può manifestarsi carente quanto alla necessaria individuazione delle situazioni alternative che siano da proporre e costruire adesso per adesso, e non semplicemente (come appare sacrosanto in linea di principio, ma ovviamente impossibile nella realtà) adesso per allora. In effetti, cioè, è vero che la strada imboccata a Maastricht all’inizio del secolo (ma costruita già verso la fine del secolo scorso mediante la soppressione di poteri di decisione democratica in tema di economia entro singoli Stati, come nel caso del famoso divorzio tra Tesoro pubblico e Banca centrale) è una strada perversa in ripida discesa verso una nuova barbarie; ma non è ormai affatto sicuro, e anzi fortemente improbabile, che ritornare semplicemente indietro significherebbe ritrovare qualcosa che c’era. I tempi della efficace ricostruzione delle sedi dismesse della sovranità democratica entro singoli Stati – anche ammettendo che si abbia o si raggiunga un potere sufficiente per incidere su tutti i vincoli globali che interferiscono con un simile progetto – presenta lo stesso genere di scostamento, rispetto ai ritmi di evoluzione o di involuzione della crisi sociale in atto, che abbiamo visto riguardare la prima opzione.

In questo o quel modo (e si tratta appunto di riconoscere il modo adatto) la sovranità democratica del corpo sociale e innanzitutto dei suoi strati potenzialmente più ricchi di esigenze umane universali, in tema di rapporti tra denaro, produzione, e necessità, non sembra suscettibile di essere ricollocata entro le sedi che un tempo fu costretta ad abbandonare. Piuttosto, sembra richiedere di essere ricostruita insieme con nuove sedi. Quali?

Per tentare di avvicinarsi a una risposta a questa domanda, si può anche cominciare a riflettere sulla cosiddetta moneta unica dell’Unione, che sotto molti aspetti non è né moneta né unica. Gran parte della natura dell’euro, cioè, è quella di nome dato a circolazioni monetarie nazionali che restano distinte per molti fattori essenziali, come le gestioni e le titolarità del debito pubblico e i distinti sistemi fiscali e di sicurezza sociale. Lo scopo di una tale gigantesca finzione è stato e resta quello di forzare tali distinti strumenti di formazione e distribuzione della ricchezza a una reciproca parità assolutamente rigida e del tutto automatica, intesa come obiettivo primario anziché come condizione auspicabile di altri più sostanziali e primari obiettivi macroeconomici (se escludiamo, naturalmente, le convenienze dei privati prestatori di denaro e di alcune aree economiche favorite dalle circostanze e desiderose di restarlo). Per intendersi, cioè: una specie di “Deutschemark Standard”, che all’inizio degli anni novanta del secolo scorso fosse stato concordata e regolata secondo schemi simili a quelli di Bretton Woods, sarebbe stata più autentica, più leale, e anche più interessante ed accettabile.

Così stando le cose, trasformare l’euro da feticcio e maschera delle parità automatiche e forzate (e della conseguente macelleria sociale) in una vera moneta, legata a un debito pubblico unificato e a politiche fiscali uniformi, è un’opzione spesso suggerita e propugnata. Nemmeno tale opzione sembra però sfuggire (innanzitutto) alla trappola dello scarto tra i suoi tempi di realizzazione e i tempi della crisi sociale globale. Inoltre, implicando l’evoluzione dell’Unione in un vero e proprio nuovo e grande Stato sovrano di tipo tradizionale, presenta elementi di incertezza quanto agli effetti dell’ingresso di una nuova potenza (per di più caratterizzata da confini storicamente aleatori) in un mondo di crescenti guerre commerciali, e di guerre senz’altro, come quello di oggi.

Un’altra opzione è naturalmente il puro e semplice “ritorno” a monete nazionali. Ma nella storia, come nelle vita (e nella termodinamica), parlare di ritorni è sempre almeno molto imprudente. Il rischio di arrivare invece del tutto altrove, in un ambiente globale caratterizzato da processi politici, ideologici e sociali del tutto nuovi, e generalmente non positivi, è molto elevato.

Un’idea su cui forse vale la pena di lavorare è allora invece che convenga tenere distinti da un lato principi forti e radicali come garanzia di unità e di motivazione del movimento di resistenza, e dall’altro mosse concrete di volta in volta suggerite dalla situazione al fine di ingannare ed eludere vincoli fatti proprio per strangolare chi cerchi di liberarsene, e di farlo con intelligenza, scaltrezza, e anche con una ragionevole dose di improvvisazione. Tra i principi forti è innanzitutto da affermare l’idea che la produzione di denaro è una funzione pubblica ordinata a scopi e necessità comuni da riconoscere democraticamente e mai un’attività privata ordinata primariamente a scopi di profitto privato (il che esclude, ovviamente, atteggiamenti che siano ideologicamente “filo-euro”, anche se non detta necessariamente questa o quella linea politica di breve termine). E vi è l’idea che il genere umano condivide necessità fondamentali incompatibili con le spaventose diseguaglianze oggi esistenti mentre implicano forme di interdipendenza organizzata articolata in ambiti variabili e più o meno largamente sovrapponibili. Quest’ultima idea delegittima radicalmente l’esistenza e la formazione di aree economiche delimitate e competitive (che sono sempre state un elemento chiave della globalizzazione realmente esistita, al di là delle declamazioni rituali, e tanto più caratterizzano il tempo della sua presente e irreversibile crisi); e delegittima altrettanto radicalmente sistemi di alleanza esclusivi ed aggressivi come la NATO.

Riconoscendo ciò, e scartando parole d’ordine pregiudiziali e assolute come la “riforma dell’Unione”, o specularmente l’ “uscita” dall’euro e dall’Unione stessa, resta la pratica del discernimento quanto ai passi da effettuare nelle situazioni concrete, incluse quelle (non auspicabili ma possibili) che richiedano le scelte immediate più radicali.

Raffaele D’Agata



Categorie:Uncategorized

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