Ancora elezioni. Un guaio, oppure…?

Nella situazione determinata oggi da rapporti di potere tra le classi drammaticamente e strutturalmente ribaltati in senso sfavorevole, l’antica e classica regola dell’uso del Parlamento (e delle relative competizioni elettorali) come mera tribuna di agitazione ritorna in gran parte attuale: specialmente nel caso del Parlamento europeo.

Una partecipazione autonoma di “Potere al popolo”   alle prossime elezioni dette europee – se questa sarà la scelta del movimento – susciterebbe sicuramente un  coro di accuse di minoritarismo. Per dare importanza a questo genere di rimproveri bisognerebbe però almeno fare finta di ignorare  il quasi completo svuotamento della funzione democratica dei procedimenti elettorali nello stato presente di quelle che un tempo si usava chiamare società capitalistiche avanzate, la particolare gravità di questo fenomeno nell’Italia di oggi, e in più (quanto al problema specifico) il carattere quasi del tutto decorativo dell’istituzione parlamentare entro l’intreccio di istituzioni fittizie e di effettivi poteri che costituisce l’Unione Europea.

Eppure, “Potere al popolo” è nato proprio mediante un appello a sfidare i processi in atto anche, e per cominciare intanto, sul terreno elettorale. E così è stato bene.

Per affrontare la complessità della questione, una premessa appare necessaria. L’umiliazione del principio di rappresentanza a favore del principio di decisione (o di “governabilità”), e la connessa asfissia degli spazi e dei canali di circolazione e confronto delle volontà e delle idee a favore di pressoché istantanei  e sporadici procedimenti di investitura di capi, hanno da una parte accresciuto a dismisura  l’importanza dello strumento del voto rispetto ad ogni altra pratica di democrazia, mentre dall’altra lo hanno reso strutturalmente spuntato, e inadeguato a fronteggiare le fortissime componenti  extra-politiche (ed extra-democratiche)  del   potere dato e reale.[1]

[1] In generale può essere  utile anche ricordare come, con la sola importante ma parziale eccezione di Roosevelt e del New Deal, i sistemi politici presidenzialisti, ultra-maggioritari, e comunque leaderistici, non hanno mai favorito sfide capaci di attaccare a fondo le basi di quelle decisive, primarie e pre-democratiche, componenti del potere. Ai due estremi, il più che ambiguo bilancio del primo governo di Lula in Brasile, ovvero il drammatico vicolo cieco raggiunto in Venezuela dallo sforzo di coniugare democrazia e rivoluzione per via plebiscitaria e carismatica, sembrano dimostrare  questo principio, e insomma, al fondo, che governo e potere non sono concetti intercambiabili.

Non a caso, una caratteristica delle democrazie “progressive” o “di tipo nuovo” prodotte dalla rivoluzione antifascista in Europa alla metà del secolo scorso era proprio il primato del principio di rappresentanza e la subordinazione a questo (in linea di principio) delle funzioni decisionali. E questa caratteristica, conservata molto a lungo specialmente in Italia, non faceva che rispecchiare una forte dislocazione dei rapporti di potere tra le classi (proprio per effetto di quella rivoluzione).

Oggi dunque, in una situazione storica in cui la critica reale del sistema capitalistico è stata umiliata, ammutolita, e risospinta a posizioni di partenza simili a quelle degli albori del  movimento operaio e democratico, il “partito” democratico e rivoluzionario che intenda esercitare una tale critica (intendendo  qui  con la parola “partito” un soggetto collettivo di storia comunque plasmato e articolato, e non una qualche semplificazione corrente dell’idea), ha la sua giusta collocazione in qualche modo a metà strada tra l’astensionismo e l’antipoliticismo anarcoidi combattuti da Marx ai tempi della Prima Internazionale e l’adattamento alle pretese di piena lealtà formulate poi in quel secolo dallo Stato capitalistico in cambio di benefici corporativi per ampi settori  “nazionalizzati” del popolo lavoratore.  Si tratta cioè proprio della collocazione allora suggerita da Marx anche mediante la sua critica al programma della nascente socialdemocrazia tedesca nel Reich bismarckiano (un Reich destinato a rivelarsi tanto poco funzionale a ciò che era stata l’idea di Germania quanto l’Unione Europea lo è oggi a quella che resta ancora l’idea di Europa).

È vero cioè da una parte che, nel corso del Novecento,  la partecipazione al Parlamento era finalmente diventata – al culmine di una storia gloriosa lungo quella strada indicata da Marx – una delle manifestazioni  di nuovi rapporti di potere tra le classi, alla base della democrazia progressiva prodotta dalla rivoluzione antifascista.  Ma, nella situazione determinata oggi da rapporti di potere tra le classi drammaticamente e strutturalmente ribaltati in senso inverso, l’antica e classica regola dell’uso del Parlamento, e delle relative competizioni elettorali, come mera tribuna di agitazione, ritorna in gran parte attuale,  mentre appare illusorio e davvero perdente ogni proposito di conseguire potere effettivo per scopi rilevanti entro le condizioni e le regole effettive (cioè diverse e lontane dalla formale Costituzione italiana, per esempio) stabilite da custodi e beneficiari dell’ordine vigente. Nel caso del “Parlamento” dell’UE, l’evidenza di ciò è molte volte più chiara. La legge elettorale vigente per l’investitura dei suoi membri italiani prevede una soglia minima perfino superiore a quella prevista dal vigente monstrum (il “Rosatellum”) per l’elezione del Parlamento nazionale. Il sacrificio del principio di rappresentanza a favore del principio di decisione viene cioè imposto con accanimento simbolico perfino dove non è previsto né voluto che si decida. Ciò rende ancora più inutile ogni affanno circa l’obiettivo del superamento della soglia, mentre rende molto meno pressante ogni pur comprensibile preoccupazione di formare fronti elettorali allargati.

Su quest’ultimo terreno, certamente, le intese stabilite da “Potere al popolo” a livello europeo, specificamente con gli “Insoumis” francesi e con gli spagnoli di “Podemos”, costituiscono una risorsa politica non trascurabile. Qualunque rilevanza si intenda riconoscere alla questione della “soglia” (e al Parlamento Europeo stesso, in fin dei conti), e anche senza considerare la possibilità che lo slancio di crescita del movimento a livello nazionale non produca liete sorprese la sera del voto nella prossima primavera , la certa presenza di rappresentanti di queste forze nell’emiciclo di Strasburgo vi garantirà una tribuna alle idee e agli interessi che “Potere al popolo” condivide.

Il problema più rilevante e delicato, che resta da definire, non è poi tanto quello dei rapporti con due sigle (Il GUE e il Partito della Sinistra Europea, in gran parte anche se non del tutto coincidenti) che per il momento non prevedono di passare dallo stato di aggregazioni parlamentari postelettorali a proposte dirette per un elettorato transnazionale. Piuttosto, è da chiarire il rapporto con il progetto di una tale proposta che ha come tessitori e protagonisti principali due personalità certamente autorevoli, e meritevoli di stima, come l’ex ministro greco delle finanze e il sindaco di Napoli.

Specialmente quest’ultimo può godere di credito per il clima di riscossa sociale e civile  di cui la sua amministrazione ha favorito lo sviluppo in quella città, avendo proprio nella nascita di “Potere al popolo” una delle principali manifestazioni. Si tratta di vedere fino a che punto il ruolo della singola personalità possa essere ripensato, definitivamente sottratto all’interpretazione che ne hanno dato e imposto i teorici e gli artefici della post-democrazia negli anni di svolta tra i due secoli, e perciò riportato entro la cornice di una storia fatta da soggetti collettivi: da “moderni Principi”, insomma, e non da demiurghi postmoderni. E si tratta di ragionare serenamente, criticamente, circa il modo più appropriato di trattare la dimensione transnazionale e continentale dei processi economico-sociali da condizionare e da contrastare a tale livello, senza nulla concedere ad alcun possibile restringimento dell’idea di Europa a una particolare situazione geopolitica, né ad ogni super-sovranismo, che sarebbe condiviso da troppi, e utilizzabile da troppe e spesso temibili mani.

[1] In generale può essere  utile anche ricordare come, con la sola importante ma parziale eccezione di Roosevelt e del New Deal, i sistemi politici presidenzialisti, ultra-maggioritari, e comunque leaderistici, non hanno mai favorito sfide capaci di attaccare a fondo le basi di quelle decisive, primarie e pre-democratiche, componenti del potere. Ai due estremi, il più che ambiguo bilancio del primo governo di Lula in Brasile, ovvero il drammatico vicolo cieco raggiunto in Venezuela dallo sforzo di coniugare democrazia e rivoluzione per via plebiscitaria e carismatica, sembrano dimostrare  questo principio, e insomma, al fondo, che governo e potere non sono concetti intercambiabili.

Raffaele D’Agata



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