Il debito non è il problema, è la soluzione

scritto da John Weeks (www.socialeurope.eu).

Pubblichiamo in italiano un testo particolarmente acuto nella critica del deprimente livello intellettuale delle dottrine che ispirano le norme e le regole comunemente accettate e rispettate dal sistema dei maggiori partiti e dei grandi mezzi d’informazione negli Stati Uniti e in Europa oggi, convinti come siamo che il problema del dominio dell’uno per cento più ricco non è affrontabile senza affrontare innanzitutto il problema del dominio dell’uno per cento meno acuto (o che vuole apparire tale).  John Weeks è Professore  emerito presso la Scuola di studi orientali e africani (SOAS) dell’Università di Londra.

L’ideologia del pareggio di bilancio

Avendo ormai l’elezione presidenziale nello specchio retrovisore, si dice adesso che un cosiddetto baratro fiscale minaccia il disastro per l’economia USA. È venuto il momento di infilzare per bene l’ideologia dei tagli di bilancio, non soltanto negli Stati Uniti ma anche in Europa. Gran parte della forza di questa ideologia dipende dal colpo di mano strisciante che ha sostituito l’economia con la scempiaggine come guida delle politiche pubbliche.

Nell’era ideologicamente reazionaria in cui ci troviamo, tutti I politici tranne pochi, e quasi tutti I mezzi d’informazione nell’America del Nord e in Europa, presentano come ovvia e non da dimostrare l’asserzione che i governi dovrebbero continuamente tenere i loro bilanci in pareggio e non dovrebbero accumulare debito.  La mancanza di una giustificazione economica o anche soltanto contabile per il pareggio di bilancio non ha impedito a questa stoltezza fiscale di giustificare spaventose politiche antisociali sotto l’usbergo dell’ “austerità”: politiche tali da provocare suicidi in Spagna [e non solo, n.d.T.]

La “dottrina dell’austerità” asserisce che le entrate correnti dovrebbero coprire tutte le spese del governo, e che, altrimenti, aumenti d’imposte o tagli di spesa dovrebbero rapidamente correggere il deficit. Di questa ideologia fa parte la fantasticheria che I “correttivi fiscali” influiranno poco o per niente sul prodotto totale o sulla crescita, perché l’espansione del settore privato compenserebbe automaticamente la contrazione del settore pubblico.

Per quanto vergognosamente semplicistica, la dottrina del pareggio di bilancio cattura I cuori e le menti di gran parte del pubblico. Una volta che la sua rispettabilità svanisce e scompare come il Gatto del Cheshire, le non necessarie conseguenze del suo abuso negli Stati Uniti e in Europa diventano chiare.

Quando non viene presentato in forma  piena, come un coniglio dal cappello di un prestigiatore, l’argomento anti-deficit sembrerebbe trovare una rispettabilità posticcia in due argomenti separati ma complementari. Prendo per primo l’argomento delle “forze impersonali del mercato”, secondo il quale gli “investitori” finanziari valutano continuamente l’attitudine dei governi ad adempiere ai loro obblighi di debito. L’aumento del debito riduce ipso facto, come direbbero gli avvocati, la fiducia dei “mercati” nell’attitudine dei governi ad adempiere a tali obblighi.

Il debito pubblico aumenta a causa dei disavanzi fiscali, e ne consegue che I disavanzi accrescono I “timori dei mercati” per mancati pagamenti. Questi timori inducono gli “investitori” a domandare tassi d’interesse più alti per prestare ai governi, cosa che aumenta ulteriormente il timore di future insolvenze, Al fine di prevenire questo circolo vizioso, i governi non dovrebbero gestire disavanzi fiscali. Se c’è un deficit, il governo lo deve eliminare per mezzo di aumenti di tasse oppure di riduzioni di spesa. Poiché “tutti sanno”che il pubblico non accetterebbe aumenti di tasse, non-c’è-alternativa (TINA: “there-is-no-alternative”) a tagli di bilancio. Ciò che rende inevitabile l’eliminazione dei disavanzi sono forse oggettive, che nessuno può cambiare.

Accanto all’argomento delle forze di mercato, troviamo in azione anche la critica dei disavanzi in termini di “spazio troppo affollato” (crowding out). I governi finanziano i disavanzi prendendo a prestito mediante l’emissione di titoli sui mercati finanziari. In ogni momento, “investitori” intelligenti e razionali sono soddisfatti con la quantità di titoli di Stato che hanno in mano. Per venderne di più, il governo deve aumentare il loro rendimento, e questo vuol dire aumentare il tasso d’interesse. Ma le società private prendono a prestito negli stessi mercati in cui i governi lo fanno.  Perciò, quando il tasso d’interesse sui titoli pubblici aumenta, anche il settore privato deve pagare di più il denaro che prende in prestito. A tassi d’interesse maggiori, ovviamente, il settore privato tenderà a contrarre meno prestiti, quindi a investire di meno. Insomma il governo, indebitandosi, “scaccia via” l’investimento privato. Questo processo è come quando una persona si spinge dentro un ascensore affollato e in questo modo ne spinge fuori un’altra, perché lo spazio è soltanto quello.

Mettete insieme questi due argomenti, e sembreranno un sistemino come si deve contro ogni politica finanziaria in deficit, che per di più ha un corollario molto gradevole dal punto di vista di coloro che sono nemici della spesa pubblica. L’indebitamento pubblico che spinge via quello privato non è che un caso particolare di un fenomeno più generale.  Che cosa succede se un governo è in surplus e comincia a spendere di più? Non ha bisogno di prendere a prestito, certo, ma il settore privato subirà ugualmente uno “spallata” da parte del governo, perché  il credito non è la sola risorsa che sia richiesta tanto dal governo quanto dalle imprese.  L’uno e le altre assumono gente, usano fattori come l’energia elettrica e forse arrivano anche a competere per l’uso del territorio. Perciò, ogni spesa  pubblica riduce la spesa private, tanto da parte delle imprese quanto da parte delle famiglie, spingendo verso l’alto i costi, inclusi i salari.

Se credete a tutte queste stupidaggini, c’è anche di peggio, perché il governo può creare denaro e il settore privato no. In altre parole, il settore privato è senza difesa di fronte alla perniciosa capacità che il governo ha di mettere le mani su risorse scarse. Chi disse che “il governo migliore è quello che governa di meno” (cioè John Louis O’ Sullivan nel 1937 sul  United States Magazine and Democratic Review e non certo Thomas Jefferson cui tuttavia queste parole sono attribuite spesso), disse solo la metà di questo. La versione completa, da un punto di vista di destra, è “il governo migliore è quello che spende di meno”.

Questa bella e  maneggevole critica della spesa pubblica ha un difetto fondamentale. È una stupidaggine. La sua intera logica, se si può chiamare così, si fonda sulla presunzione che l’economia operi continuamente al massimo del suo potenziale. Se si aprono le porte di un ascensore pieno a metà, nessuno deve uscire per lasciare entrare un’altra persona. L’analogia è appropriata riguardo alla spesa pubblica e a quella privata, ed è appropriata più che mai quando i disavanzi crescono.

Quando le risorse sono pienamente impiegate, tanto I governi quanto le imprese, e quanto le famiglie, possono spendere di più soltanto se uno o due degli altri, fra questi tre generi di soggetti, spendono di meno. Quando le risorse sono inattive, sia i governi, sia le  imprese, sia le famiglie, possono spendere di più. Nell’esperienza fatta dai paesi avanzati durante gli ultimi decenni, le risorse sono state molto più spesso inattive che pienamente impiegate.

Dopo il 2007 l’inattività di risorse, in quasi tutti i paesi avanzati, ha toccato livelli scandalosi. L’idea che la spesa pubblica possa spingere via l’investimento e il consumo privati ha pochi fondamenti per il più del tempo, e non ne ha proprio nessuno dopo il collasso finanziario globale del 2008. Quanto all’idea che l’indebitamento pubblico spinga in alto i tassi d’interesse, questo dipende interamente dalle specifiche circostanze di ciascun paese.

 

Pazzie in tema di bilancio

Dalla fine della seconda Guerra mondiale fino all’elezione di Ronald Reagan a presidente degli Stati Uniti la politica di spesa pubblica a livello federale seguì uno schema coerente. La maggior parte dei politici del partito democratico era a favore di un’espansione dei programmi di assistenza sociale per la copertura di più persone e di più servizi, mentre la maggior parte dei politici del partito repubblicano si opponeva a una tale espansione pur senza tentare di modificare drasticamente i relativi programmi. Semplificando all’estremo, io caratterizzo la politica interna americana nel periodo di trentacinque anni che va dal 1945 al 1980 come implicante un accordo di fondo circa l’idea che il settore pubblico e quello privato fossero reciprocamente complementari, avendo ciascuno un suo ruolo legittimo. L’elezione presidenziale del 1964 offre una prova evidente di questa vera e propria coalizione centrista. La convenzione del partito repubblicano rifiutò alcuni candidati moderati, tra cui specialmente Nelson Rockefeller (ultramilionario, e governatore di New York), a favore di un senatore di destra dell’Arizona, Barry Goldwater. Leggendo un’esposizione, scritta per lui, delle proprie convinzioni, Goldwatewr disse ai fedeli: “Mi interessa poco rimettere il governo in carreggiata o renderlo più efficiente, perché intendo ridurre le sue dimensioni. Non mi impegno a promuovere il benessere, perché io propongo di estendere la libertà. Il mio scopo non è far passare leggi, ma respingerne” (“Conscience of a Conservative”, p. 15)

Essendo presentata una scelta secca tra questa promessa di smantellare il settore pubblico e l’ultimo presidente del New Deal, cioè Lyndon Johnson, quest’ultimo ottenne la più ampia maggioranza di voti popolari nella storia delle elezioni presidenziali americane, cioè il 61 per cento (Franklin Roosevelt ebbe il 60,8 nel 1936, e Richard Nixon avrebbe vinto con 60,7 nel 1872).  A parte il suo stato, cioè l’Arizona, Goldwater ne guadagnò allora cinque nel profondo Sud, come diretto risultato del sostegno dato da Johnson alla legge sui diritti civili, passata pochi mesi prima dell’elezione.

Nel 1980, La sconfitta del già neoliberale Jimmy Carter da parte del candidato di destra Ronald Reagan mise termine formalmente e definitivamente al consenso politico postbellico. In modo molto conforme alla tradizione di Goldwater, Reagan, nel suo discorso inaugurale, dirà: “In questa crisi, il governo non è la soluzione per i nostri problemi; il governo è il problema”: Questa dottrina antisociale si sarebbe manifestata un decennio dopo nella prima di una serie ininterrotta di aspri conflitti non soltanto circa il livello della spesa pubblica, ma circa la sua stessa legittimità, e circa la legittimità dello stesso settore pubblico.

Certamente in Gran Bretagna, e in minore misura nei paesi della zona euro, i rappresentanti politici più accreditati della destra potevano nutrire segretamente lo stesso sogno reazionario di un assalto diretto al settore pubblico. Tuttavia, le circostanze politiche in Europa impongono che i personaggi politici presentino una maschera di dispiacere per la supposta necessità dell’austerità che distrugge il settore pubblico. Non così negli Stati Uniti, dove la discussione circa la legittimità del “governo” quasi riduce l’austerità fiscale a un argomento accessorio. L’atteggiamento verso il settore pubblico degli estremisti di destra del partito repubblicano nel ventunesimo secolo rende la logica non necessaria e irrilevante. Questi estremisti non cercano giustificazioni per il loro abominio del settore pubblico a tutti i livelli, proprio come un fondamentalista fanatico non cerca giustificazioni per la sua stretta adesione ad ogni parola della Bibbia. Nondimeno l’ala destra degli economisti di professione (cioè quasi tutti) ha sostenuto e approvato  questo individualismo asociale, e ha dato volentieri sostegno alle sue violente accuse.

Come parte di ciò che chiama gli “anni bui” della scienza economica, Paul Krugman ha osservato  che “una delle molte cose spiacevoli che abbiamo imparato in questa crisi è quanta corruzione c’era, fin dall’inizio, tra gli economisti”. Un manifesto economico per lo sconfitto candidato presidenziale Mitt Romney offre un eccellente e impressionante esempio di corruzione intellettuale. In un testo intitolato “Il programma di Mitt Romney per la ripresa economica, la crescita e i posti di lavoro”, quattro economisti a quanto si dice rispettabili, tre dei quali possono vantare libri di testo largamente usati nei primi anni di corsi universitari, esortavano gli americani a votare per questo multi-milionario allo scopo di “mettere fine alla crescita vertiginosa della spesa pubblica e del debito”, di ridurre le tasse per i ricchi, di ridurre le pensioni e l’assistenza medica per i dipendenti del settore pubblico, e di “rimuovere gli ostacoli normativi alla produzione di energia e all’innovazione”. Le scempiaggini reazionarie che si trovano in questo testo, “un impegnativo sforzo, da parte di tre economisti […] di distruggere la propria reputazione” (scrive Krugman), impallidisce di fronte al pensiero che almeno una generazione di studenti universitari hanno usato e usano ancora I loro libri di testo.

Il fatto è che, se la considerazione dei fatti fosse permessa nei dibattiti sui problemi di bilancio che sono in corso negli Stati Uniti, si vedrebbe come la spesa pubblica e le tasse in questo paese sono molto inferiori rispetto a tutti I paesi ad alto reddito, e più bassi della maggior parte di quelli a medio reddito.

[…] I mezzi d’informazione e gli economisti di destra danno sistematicamente rappresentazioni sbagliate delle statistiche sulla finanza pubblica. Sia gli uni che gli altri sono tipicamente motivati dall’intenzione di raffigurare i disavanzi pubblici e il debito come irresponsabili e pericolosi. La verità è proprio l’opposto.  Tranne che in rare circostanze, i disavanzi e il debito sono cose responsabili e sane. I disavanzi e il debito sono tipicamente cose buone, che contribuiscono al benessere pubblico, mentre i surplus del settore pubblico e l’assenza di debito sono tipicamente disfunzioni, cose cattive per il benessere delle famiglie e delle imprese.

Per molti se non addirittura per tutti questa caratterizzazione dei disavanzi e del debito è assurda. Tenendo presente questo scetticismo, comincerò ad analizzare il disavanzo USA. Il primo e fondamentale passo per capire i disavanzi del settore pubblico è che in molti casi questi non sono il risultato di una spesa eccessiva. Sono il risultato di recessioni. Il modo in cui ciò succede, è facile da spiegare. In tutti i paesi, meno quelli più sottosviluppati, le entrate pubbliche crescono insieme con la  crescita dell’economia.

Man mano che I paesi si sviluppano, le tasse sulle spese e sui redditi (delle famiglie come delle imprese) aumentano fino al punto di superare ogni altra fonte di entrate, come le tariffe e altri corrispettivi per servizi resi dal governo. Le tasse sul reddito e sulle vendite hanno due caratteristiche utilissime: per i governi è facile raccoglierle, e crescono insieme con la crescita dell’economia. La facilità di raccoglierle deriva dalla loro concentrazione nell’attività produttiva, sia come ricavato delle vendite, sia come pagamenti fatti a dipendenti o fornitori. In pratica, le  imprese effettuano la raccolta di entrambi i tipi di tasse, pagando ai governi le tasse sui ricavi delle vendite e “trattenendo” le tasse dei dipendenti (le “auto-raccolgono”), e i governi controllano la loro osservanza delle leggi fiscali.

Quando l’economia è in crescita, questa crescita consiste in reddito delle imprese, nel loro “output”. Anche le entrate pubbliche, derivanti dalle tasse sui profitti delle imprese, crescono insieme con la crescita dell’economia. Ciò può apparire talmente ovvio da non richiedere spiegazioni, tanto meno se noiosamente dettagliate. Ma la spiegazione è necessaria perché ha importanti implicazioni quanto al giudizio da dare sui disavanzi del settore pubblico.

Nessuna importante categoria della spesa pubblica cresce automaticamente con il crescere dell’economia: è tutto il contrario. Le spese rientrano in due categorie generali: quelle determinate da legislazione specifica, e quelle legate alla disoccupazione e alla povertà. La prima categoria è di gran lunga la maggiore, includendo le spese per la salute, l’educazione, la difesa, e le pensioni del settore pubblico. I legislatori stanziano i fondi per ciascuna di queste voci indipendentemente (in larga misura) dallo stato dell’economia. Invece, le spese legate alla disoccupazione e alla povertà evolvono in senso opposto rispetto all’evoluzione della salute dell’economia. La disoccupazione declina  al crescere dell’economia, cosa che riduce i pagamenti compensativi. In alcuni paesi, e gli Stati Uniti ne sono un esempio, una tassa di scopo  serve a finanziare i pagamenti ai disoccupati. Perciò, quando l’economia cresce, i fondo per i sussidi di disoccupazione va in attivo. Analogamente, anche se non in modo così strettamente legato all’andamento dell’economia, le erogazioni assistenziali a favore di famiglie definite povere tendono a decrescere quando l’economia è in crescita.

Queste sono spese “anticicliche” in due sensi. Il primo senso è puramente definitorio. Salgono quando l’economia scende, e viceversa, cioè seguono un movimento opposto a quello del “ciclo” dell’economia. Cosa più importante: contribuiscono a ridurre il ciclo economico. Quando l’economia è in declino, alcune persone perdono il lavoro, e con esso tutto o una parte del loro reddito. Il risultato è che i consumi delle famiglie declinano, rafforzando l’iniziale contrazione dell’economia.

Le spese anticicliche riducono la forza del processo “moltiplicatore” per cui la contrazione produce ulteriore contrazione. Per loro natura, le spese concorrono a produrre disavanzi, e dobbiamo esserne lieti. Operano anche in senso opposto, riducendo i disavanzi e contribuendo a trasformarli in attivi quando l’economia si espande.

C’è dell’altro, quanto al discorso anticiclico. Se un paese ha un sistema fiscale progressivo, ciò significa che la percentuale di reddito pagato sotto forma di imposte aumenta con l’aumentare del reddito familiare. Ciò significa che, quando l’economia si contrae, la contribuzione fiscale delle famiglie, a sua volta, si riduce. Quindi, il reddito familiare al netto delle imposte (il “reddito disponibile”) scende meno del reddito complessivo, e il consumo delle famiglie scende meno del reddito delle famiglie.

Anche negli Stati Uniti, malgrado tutti I tagli di tasse per I ricchi effettuati da Reagan e Bush,  il sistema fiscale conserva qualche lieve elemento di progressività, che deriva dalle “deduzioni” (per esempio quelle cui le famiglie hanno diritto per le persone a carico). Allo scendere del reddito, scende anche la parte di reddito familiare che soggiace all’imposta.

Possiamo identificare tre processi che legano la salute dell’economia alla finanza pubblica. Innanzitutto, le entrate pubbliche derivano da imposte sul prodotto dell’economia. Secondo, se l’imposizione fiscale aggregata è progressiva, ciò significa che essa declina più di quanto il reddito declini, e viceversa. Terzo, una parte rilevante della spesa pubblica è anticiclica, giacché si espande quando l’economia si contrae, e si ritira quando l’economia si espande.

Questi tre processi portano a una conclusione molto importante. Il settore pubblico va in disavanzo soltanto quando abbiamo bisogno che ci vada. I disavanzi sono una cosa buona e dovremmo esserne contenti. Se un governo cercasse sempre di avere un bilancio in pareggio, questo tentastivo renderebbe le recessioni più lunghe e più profonde, rafforzando le contrazioni dell’economia.

I disavanzi del settore pubblico sono conseguenze indirette e automatiche di processi anticiclici che operano al fine di ridurre le recessioni. Come dovremmo giudicare l’incontenibile entusiasmo di quasi tutti gli esponenti del partito repubblicano negli Stati Uniti, e la tiepida acquiescenza della grande maggioranza dei democratici, per riduzioni di spesa rivolte a equilibrare il bilancio federale? Perché mai l’austerità fiscale sembra oggi costituire il nucleo del consenso politico generale in Europa occidentale? È il trionfo dell’ideologia sulla razionalità politica, la fantasia che si impone sulla realtà.

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